domenica 16 settembre 2018

Il cannibalismo digitale a San Francisco

Sulle strade del Mid Market a San Francisco


Irene dice: "Guarda che nessuno si ferma se vede qualcuno che sta male per strada, se non per fargli una foto".
San Francisco. Due chiacchiere a margine di un evento ufficiale.
Penso sia un'esagerazione.
Questa cosa della foto intendo.
E invece passano 24 ore e lo faccio anche io.
Un ragazzo steso per terra.
Estraggo il cellulare, clic, ecco San Francisco.
Una specie di cannibalismo digitale con venature moralistiche a cui mi accodo senza neanche rendermene conto.
Siamo nella zona del Mid Market. Ma è così anche a Soma, South Park, South Beach. E chissà in quanti altri posti. Un esercito di persone fatte e sfatte, soprattutto crack mi dicono. Inermi e allucinati, stesi sull'asfalto, bruciati dal sole, dal vento, a gruppetti lungo i marciapiedi di Frisco, piccoli accampamenti tra piscio, sacchi a pelo e cartoni. Ma anche moltitudini di singoli spettri, che incroci ogni 10 metri mentre cammini.
3 anni fa, quando ero venuto per la prima volta in California, non era così. Era una San Francisco meno cupa. Ma ora è la prima cosa che si vede. Qualcosa, qui e altrove, sta andando più storto di sempre. Compreso il mio cannibalismo digitale.

I salari hi-tech
Downtown San Francisco
“Se hai due salari tech arrivi più o meno a 500mila dollari l’anno, non meno. E con quella cifra puoi vivere abbastanza bene. Ma una famiglia, con meno di 500mila dollari l’anno, a San Francisco deve fare bene i propri conti. Se ti arriva un figlio, in genere la mamma rinuncia a lavorare e sta a casa. Che si tratti di una baby-sitter, di un asilo o una scuola (privata, si intende, perché quelle pubbliche sono la morte civile), ti partono almeno 100mila dollari l’anno. E allora a casa ci sta la mamma”.

I manifesti di Matt Haney
Le strade di San Francisco
Sulle vetrine di qualche negozio ci sono i manifesti della campagna elettorale di Matt Haney per il
District 6 di San Francisco. Il primo dei tre slogan è "ripuliamo le nostre strade".
A qualcuno queste parole dovrebbero suonare familiari



The TrumanShow-Valley
La sede di una delle Companies in Silicon Valley
A sud di San Francisco, la Silicon Valley viaggia alla velocità della luce, mentre – lontanissimo – il mondo arranca. E’ una bolla, la Silicon Valley, non nel senso che prima o poi esploderà per diseconomia (però, chissà). Nel senso che è isolata dal mondo, troppo bella e avanzata, troppo avanti e protetta. Come Pleasantville, come The Truman Show. Un mondo a parte che progetta e realizza h24 il mondo che verrà. “Sai perché le compagnie della Silicon Valley hanno delle sedi così fantastiche? Con piscine per i dipendenti, cibo gratis, strutture progettate dagli archistar? Stipendi da favola? Quote azionarie per i dipendenti? Perché trovare dipendenti con competenze avanzate è difficile. Quasi impossibile E quindi, le companies, se li coccolano e se li tengono strettissimi”.

Il sogno americano
Bandiera a mezz'asta per l'11 settembre alla HP - Palo Alto

La sede di Hewlett Packard, a Palo Alto, è un’astronave se paragonata al celeberrimo garage al 367 di Addison Avenue, dove nel 1938 Bill Hewlett e Dave Packard – costruendo un oscillatore audio – diedero il La a quella che sarebbe diventata la Silicon Valley. Tra quel sogno e quello di oggi, la continuità è tutta nella bandiera a mezz’asta che troviamo quando andiamo a visitare la sede avveniristica di Page Mill Road. E’ l’11 settembre 2018. Il fil-rouge che lega la storia quasi secolare della HP, è quello dell’American Dream, quella speranza – per citare Wikipedia, così siamo tutti contenti – “che attraverso il duro lavoro, il coraggio, la determinazione, sia possibile raggiungere un migliore tenore di vita e la prosperità economica”.

“We totally believe in Artificial Intelligence”

La relatrice HP
"We totally believe in Artificial Intelligence". Nella sede della Hewlett Packard la relatrice apre la sua presentazione con queste parole.
E, a ben guardare, ci sarebbe poco altro da aggiungere. Qui nella Silicon tutti puntano tutto sulla AI.
Tutto passerà da lì. L’intelligenza artificiale - che oggi è ancora progetto, domani sarà business e dopodomani sarà vita quotidiana – è “l’abilità dei sistemi informatici di eseguire compiti che normalmente richiedono l’intelligenza umana, come la percezione visiva, il riconoscimento vocale, il processo decisionale e la traduzione tra le lingue”. E a Hewlett Packard, ci credono fino in fondo. "We totally believe in Artificial Intelligence".Uno dei fronti AI su cui la Silicon sta lavorando tantissimo è il cosiddetto self-driving, cioè le auto a guida autonoma, senza pilota. E tra i protagonisti c’è anche l’Emilia-Romagna, dato che Ambarella – una Company di Santa Clara – nel 2015 ha acquisito VisLab, una startup di Parma, nata da uno spin-off dell’Università, che aveva già sviluppato un’auto capace di “guidare da sola” per 13mila km.
Uno che in Silicon ci lavora da 30 anni, mi racconta che di auto senza autista se ne vedono tutti i giorni anche sulle grandi Highway. Chissà se passerebbero indenni la tangenziale di Bologna alle 17,30.

Da grande voglio fare l'astronauta. Anzi, il Data Scientist
Un italiano che lavora a Palo Alto mi dice che suo figlio tra un paio d’anni finirà la high school e poi dovrà decidere cosa studiare all’università: “Farà ovviamente ciò che vorrà, ma il lavoro del futuro è quello di Data Scientist. Chiunque lavorerà nel campo dell’analisi dei dati, o dei big data – chiamali come ti pare – per i prossimi 50 anni il lavoro lo trova di sicuro”.

Uber&Karaoke
Con Michael. Uber.

Se il futuro è quello del self-driving, il presente a San Francisco (anche in tante altre città, ok)  si chiama Uber. L’ho usato diverse volte. Una volta un autista del Kurdistan, poi Algeria, Costa d’Avorio, Messico. Insomma, melting pot on the road. La app ti dice che auto sta per arrivare, la targa, il tempo di attesa, il prezzo (addebitato automaticamente sulla carta di credito), ci mette il nome del taxista, mette proprio la sua foto e anche alcune note caratteriali. Yohanes, ad esempio, veniva indicato come ottimo conversatore e ottima musica. Quel che non ci aveva detto su Hameedullah – ma è stata una bella sorpresa – è che ha un impianto di karaoke in macchina. Appena si parte ti dà un telecomando, così puoi scorrere una lista di migliaia di canzoni da un monitor che è attaccato al cruscotto e, quando hai deciso, parte la musica con le parole che scorrono sul monitor. Ti dà il microfono, e via che si canta con il volume a palla, con lui che canta con te fino a destinazione. E la mancia gliela lasci volentieri.
Ah, appena saliamo individua subito la nostra lingua e ci dice: “My car is a room full of gringos”.
P.S. Nella foto sono con Michael, il mio primo Uber in assoluto da quando ho installato la app. Mi sembrava figo farci un selfie.

Le strade di San Francisco/2
Il traffico di San Francisco è quello che si vede in tv. E non lo si augura a nessuno. A un certo punto il taxista ci dice che “i peggiori guidatori del mondo sono di San Francisco”. Ma io gli rispondo che dice così solo perché non ha mai visto come guidano i veneziani.

La N°1
A Union Square ho trovato un centesimo per terra. L’ho raccolto, perché ho pensato che ero negli Usa e ho pensato a Zio Paperone.

Il vino della California
Mi dicono che San Francisco sia diventata quest’anno la città più costosa del mondo. Più di New York. E che presto toccherà a Seattle salire sul podio. Può darsi, non saprei. Quel che so per certo è che nel bar dell’albergo un bicchiere di vino è costato 16 dollari.


Però noi abbiamo ragione
Mentre a San Francisco aspetto l’aereo che mi porterà prima a New York per uno scalo e poi a Malpensa, leggo su Facebook Daniele Ferrazza, che cita Andrea Purgatori, che dice così:” Nel 2017 i sei colossi del web (Google, Apple, Facebook, Airbnb, Tripadvisor e Uber) con profitti da 10 miliardi ciascuno, hanno pagato in Italia 14 milioni di euro di tasse. Gli autori italiani, 240 milioni. Loro hanno i miliardi, noi abbiamo ragione”


lunedì 10 settembre 2018

Maniche di camicia e pedalare

All'European Innovation Day di San Francisco, la prima cosa che faccio è togliere la giacca.
Un po' è caldo, è vero. Ma non è solo questo. Guardandomi intorno, non dico che ero il solo ad averla, ma poco ci manca. E' l'impatto con il pragamatismo americano, molta sostanza, poca apparenza, che mi ha sorpreso tutte le volte che sono venuto negli Stati Uniti.
Maniche di camicia e pedalare.
Anche la pomposità del nome (Un nome lunghissimo: European Innovation Day, Startup Europe comes to Silicon Valley, a cui è invitata a partecipare la Regione Emilia-Romagna) contrasta con la sede dell'evento, Mind the Bridge, un organizzazione che promuove l'internazionalzzazione delle imprese europee negli Usa.
Ci si ritrova in quello che dev'essere stato uno scantinato, o un parcheggio, riadattato con quattro pilastri ridipinti di azzurro, sedie low profile, un calcio-balilla con 13 calciatori per squadra (nell'asta del portiere ci sono due terzini di rinforzo), tutto molto figo e ammmerigano.
Ma funziona.
Funziona eccome.
Si susseguono interventi di imprenditori, startupper, professionisti del mondo degli incubatori di impresa, degli acceleratori, e ti raccontano come un'idea di impresa, sin dall'inizio, venga accolta, coccolata, fatta crescere fino a diventare business e creare ricchezza e lavoro.
Ed è sempre una bella immersione nella concretezza, in un certo senso molto emiliana. E non è un caso che solo la Regione Emilia-Romagna abbia un presidio nella Silicon Valley. Che, insomma, se il futuro (già da un pezzo, in realtà) inizia da queste parti, è meglio esserci.
E poi da queste parti, anche se con l'innovazione c'entra poco, per i malati di trekking come me c'è da perdersi. Alessandro mi scrive: Se vuoi camminare in un posto mozzafiato, vai a Russian Valley River, 90 minuti di macchina. Me lo segno.

venerdì 26 gennaio 2018

José Mourinho, Árpád Weisz, Auschwitz e l'aria che tira


José Mourinho, allenatore del Manchester United, è stato ucciso oggi nel campo di concentramento in cui era prigioniero da circa un anno e mezzo. Due anni fa la stessa sorte era toccata alla moglie, Matilde Faria, e ai tre figli della coppia.

Non è vero, naturalmente.

Ma 74 anni fa, questa cosa che tutti noi oggi riterremmo impossibile - e cioè che un personaggio pubblico osannato, uno sportivo pluridecorato potesse essere arrestato, deportato e ucciso, dopo lo sterminio della sua famiglia - toccò in sorte ad Auschwitz ad Árpád Weisz, celebratissimo allenatore ungherese di origine ebraica, che aveva portato allo scudetto prima l'Ambrosiana (l'Inter) e poi, per due volte, il Bologna.

L'impossibile, insomma, è stato possibile.

E a niente era servita la fama, se a qualcuno potesse venire in mente che in qualche modo avrebbe potuto fare da scudo rispetto alla sorte toccata a milioni di altre vittime "anonime".
Nè a lui nè a tantissimi altri personaggi famosi.
Già, perché in quell'epoca era scontato che fosse così. Sei ebreo, tanto basta per aprirti le porte del lager. Ma anche zingari, omosessuali, intellettuali, qualunque cosa si frapponesse tra il delirio e il sogno della razza pura.

L'aria che tira, oggi, è quella paludata e silenziosa dello sdoganamento della peggior destra, quella che ciancia all'aria di "razza bianca" da proteggere, di rigurgiti neonazisti incubati nei social e legittimati nelle comparsate nelle strade e nei programmi tv, di Forza Nuova che raccoglie firme nelle piazze dedicate ai martiri della Resistenza, di braccia tese per esultare dopo il gol, di partiti dichiaratamente neonazisti e neofascisti avallati dal voto, di irruzioni squadriste, di liste di giornalisti ritenuti scomodi e da mettere (per ora) alla gogna.

E di un becero pot-pourri in cui - anche di fronte alla crisi di rappresentanza dei partiti - si mescolano rivendicazioni di mondi puri, di muri, di movimenti che alzano la testa sentendosi forti e pronti ad individuare un nemico, preferibilmente gli immigrati, ma con un ventaglio talmente ampio da poterci inserire chiunque (gay, la sinistra, le banche, i politici, i vicini di casa rumorosi, i tifosi della squadra avversaria, gli hipster, i vegani, le cavallette!) seguendo l'imperante logica degli haters che trasforma gli avversari in nemici da annientare. Un esercito di avversari su cui riversare le colpe, tutte, di una crisi economica che morde.

Un piano inclinato in cui scivolano lentamente, ma inesorabilmente, parole d'ordine che poco alla volta si accasano all'interno della routine del dibattito politico, che si irrobustiscono di giorno in giorno, in un contesto di sciatta ignoranza e di infida indifferenza, che non fa che confermare quel che George Santayana disse a proposito di Auschwitz: "Chi non sa ricordare il passato è condannato a ripeterlo".

Per chi voglia rinfrescare la memoria, suggerisco una visita al Museo Ebraico di Bologna, dove - fino al 18 marzo - si può visitare la mostra "Arpad WEISZ dal successo alla tragedia".

giovedì 18 gennaio 2018

Allora?


Non vedevo Stefano da qualche mese. L'ultima volta, ma vado a memoria, è stato qualche mese fa in una via del centro. Un saluto affettuoso, due chiacchiere, un abbraccio. Nessun cenno alla malattia, non ne sapevo niente. E oggi leggo che se n'è andato.
Stefano Girolamo è stato il mio barbiere per circa 20 anni.
Nel 1991, fresco di laurea e con il portafogli quasi vuoto, vagavo per il centro di Modena - dove mi ero appena trasferito - alla ricerca di un barbiere. Unico obiettivo: spendere meno soldi possibile.
Il criterio che mi ero dato, un po' naif - ne convengo - era individuare la vetrina meno attraente. Pensavo, sbagliando, che valesse l'equazione vetrina poco appariscente = tariffa più conveniente.
E così, in Corso Canalgrande, quella vetrina del salone di Massimo e Stefano mi era sembrata perfetta. Luci basse, un minuscolo cartello con gli orari. Nient'altro. E, una volta entrato, la mia sensazione si era addirittura irrobustita: un divanetto e due sedie per i clienti, i giornali con i faccioni dei vip, 20 metri quadrati in tutto, o giù di lì. Non c'era nessuno, quindi era arrivato subito il mio turno e mi ero accomodato alla poltrona di Stefano.
Naturalmente avevo visto subito che le tariffe erano identiche a qualunque altro salone (e qui ha sempre ragione Guccini quando canta "A 20 anni si è stupidi davvero"). Ma non era stato quello a colpirmi. 
Se dovessi usare un'immagine a costo di sembrare retorico, potrei dire che mi ero subito sentito come fossi a casa mia. Io e Stefano avevamo chiacchierato del più e del meno, gli avevo detto che avevo iniziato da qualche settimana a collaborare con la Gazzetta di Modena e che il mio sogno era di diventare un giornalista d'inchiesta. 
A quel punto lui, senza dire una parola, si era spostato verso lo specchio e, con le forbici, mi aveva indicato una piccola cassettina marrone con un gancio che la chiudeva.
"Sai cos'è"? - mi aveva chiesto.
"Non ne ho idea". Come potevo?
E, in un minuto, mi aveva aperto un universo da raccontare: quella era la cassetta che conteneva pennello da barba, forbici e rasoio con cui lui, Massimo e - prima di loro, il padre di Massimo - per 30 anni,  tutte le mattine, erano andati nella casa di Enzo Ferrari per il taglio mattutino.
Cercavo la vetrina meno appariscente ed ero entrato nel salone dei barbieri del Drake. 
Nel mio ingenuo (ma certamente trasparente) animo di giovane cronista, era esplosa una curiosità incontenibile. E così, nel giro di pochi giorni, quella chiacchierata era diventata una pagina sulla Gazzetta di Modena. Ricordo ancora il titolo (che non avevo fatto io, ma questa è un'altra storia): "IL CAPELLO DEL DRAKE", in cui raccontavo questa magnifica storia di eccellenza racchiusa lì sotto i portici.
Stefano e Massimo avevano messo in cornice la pagina. Ed era stata la prima di tante, perché poi - con un effetto moltiplicatore - la curiosità su questa cosa aveva contagiato tanti giornalisti (anche da Usa e Giappone) che, con una continuità regolare, negli anni avevano continuato a presentarsi alla porta del salone per poterla raccontare.
Stefano godeva da sempre in cuor suo dell'esperienza di aver tagliato per anni i capelli al Drake, senza bisogno di raccontarlo a destra e a manca. E gli bastava questa sensazione, non era certo cambiato per quella piccola quota di celebrità cittadina che poco alla volta aveva illuminato la scena del loro salone. Un salone, tra l'altro, che poi avevo scoperto essere punto di riferimento per un sacco di amici che lo frequentavano, a cominciare da Sebastiano Colombini, compagno di bisbocce e di lavoro alla Gazzetta.
A me questo piaceva di Stefano: la semplicità. Mi piacevano le chiacchiere non forzate. Mi piaceva quel suo modo in cui, quando - sigaretta in bocca (allora si poteva) - mi sistemava la mantella intorno al collo e mi chiedeva: "Allora?".
Tutto qui: Allora?
Mentre mi tagliava i capelli, senza dire niente si allontanava nel retrobottega, accendeva una sigaretta e dava due tiri. Poi tornava alla postazione e ricominciava, facendo avanti e indietro per finire la sigaretta.
Con qualche eccezione di non poco conto, come quella volta - che ancora rido - in cui aveva appoggiato le forbici davanti allo specchio, mi aveva detto "Scusa un attimo", si era infilato la giacca ed era uscito, per rientrare dopo quasi 20 minuti, ripresentarsi alle mie spalle e chiedermi semplicemente "accorcio ancora un pochino o va bene così"?
Quando non ne aveva voglia, mi chiedeva "Allora"? senza poi rispondere alle cose che gli raccontavo. Che era esattamente ciò che si si aspetta da un amico, la tranquillità di non sentirsi obbligati a dire o fare niente di forzato. Anche se poi, alla fine del taglio, mi chiedeva sempre: "Caffè?". E attraversavamo la strada per raggiungere il bar, raccontarci ancora piccole cose, e salutarci. Alla prossima,ciao, ciao.

martedì 12 dicembre 2017

Micaela e il veleno dei ricordi

La bambina sul letto d'ospedale sulla sinistra è Micaela Coletti a 12 anni, che riceve la visita della principessa Titti di Savoia.
Quella sulla destra è sempre lei, oggi, a Longarone, dove vive da quando è nata.
La sua storia mi è tornata in mente qualche giorno fa dopo aver ascoltato "Veleno", lo straordinario  podcast di sette puntate su Repubblica.it che racconta la vicenda di 16 bambini della bassa modenese, sottratti per sempre 20 anni fa alle loro famiglie in seguito alle accuse mosse dagli stessi bambini ai loro genitori di essere dei pedofili satanisti e, per questi motivi, incarcerati per anni.
Un'inchiesta drammatica, basata su una serie di racconti dei bambini che, in seguito, si sono rivelati completamente falsi. Non c'erano mai stati riti satanici, sgozzamenti di animali, infanticidi e altri riti.
Alla base di tutto c'era quello che viene tecnicamente chiamato il "falso ricordo".
Così Pablo Trincia, autore dell'inchiesta, sintetizza:

"Gli psicologi studiano questo fenomeno da anni per stanare la grande "bestia nera" della nostra memoria: il falso ricordo. Un ricordo non è mai una fotografia precisa del passato, è più simile ad un disegno fatto da noi. Il ricordo infatti è plasmato dalla nostra visione del mondo, dalle nostre esperienze passate, dal momento che stiamo vivendo e dall'immaginazione, che può contaminarlo. A volte solo nei dettagli, ma altre in maniera talmente radicale da creare memorie di eventi che non abbiamo mai vissuto".

Nell'episodio 5 dell'inchiesta, uno dei bambini, oggi 30enne, si dice certo di non aver mai parlato all'epoca ai giudici di omicidi, abusi, pratiche sataniche ecc. E, di fronte al video di 20 anni fa che gli fanno rivedere e che lo ritrae mentre accusa i genitori, rimane sbigottito perché non ricordava affatto di aver detto niente del genere.
All'epoca ne era invece talmente sicuro al punto da inchiodare i genitori con accuse che li avrebbero portati in carcere. Ma era tutto inventato. Inventato, ma assolutamente necessario da inventare per sostenere la pressione degli interrogatori a cui lui e i suoi piccoli coetanei erano sottoposti da parte dei giudici e degli assistenti sociali. Oggi ha cancellato tutto, anche se in realtà non c'era niente da cancellare, perchè era tutto finto.

E qui arriva, per assonanza - anche se parliamo di cose completamente diverse - la vicenda di Micaela Coletti.
La notte del 9 ottobre 1963 l'onda del Vajont spazzò via anche la sua casa. Lei fu scaraventata a 400 metri di distanza. Venne trovata la mattina successiva completamente sepolta dal fango, tranne una mano che si muoveva e che spinse i soccorritori ad avere particolare cautela nell'estrarla e salvarle la vita.
Quando aprì gli occhi e vide il nulla intorno a sè - il paese polverizzato, i parenti scomparsi - si innescò immediatamente un meccanismo di difesa che la portò a pensare di essere dentro a un sogno: "Pensavo di sognare - mi ha raccontato qualche anno fa Micaela - Tutto ciò che vedevo intorno era talmente irreale che per forza stavo sognando".
Un meccanismo di difesa talmente potente da farle sostituire la realtà con un'altra narrazione completamente distorta, ma che in qualche modo aveva il potere di sedare l'ansia e il dolore.
Non era un "falso ricordo" come per i bambini di cui abbiamo parlato prima, ma il meccanismo è simile, anche se speculare: un finto presente. Un finto presente, distorto, per accomodare le cose.
Micaela aveva 12 anni quando ha iniziato a pensare di vivere dentro un sogno.
Riuscite a immaginare quanto può durare una situazione così?
Ve lo dico io: 6 anni.
Micaela ha pensato di vivere dentro un sogno per 6 anni.
Una vita sospesa.
A 18 anni, dopo essersi sposata, è rimasta incinta. Ma ha perso la bimba al quinto mese di gravidanza, esattamente in occasione del sesto anniversario dell'onda.
"Solo in quel momento esatto mi sono svegliata. E' stato come prendere improvvisamente coscienza in un attimo che tutto ciò che per anni scambiavo per un sogno era invece assolutamente reale".
E, da lì, una seconda vita. Tutta in salita, ma vera.




martedì 28 novembre 2017

La Cina che ho visto, tra Blade Runner e tradizione.

Shanghai Exhibition Centre. L'edificio, fino al 1980, con i suoi  110 metri scarsi, era il più alto di tutta la città. Oggi è un nanerottolo che scompare sommerso in un oceano di grattacieli in cui vivono gli oltre 24 milioni di abitanti della megalopoli.
Un'imbarcazione lungo lo Zhujing River a Canton
Una veduta di Canton (Guangzhou)



Canton - Un negozio nei pressi di Shamian Street, Canton

Canton

Canton - Nel traffico caotico della metropoli è facile imbattersi in mezzi come questi che trasportano materiale di ogni tipo

I palazzi di Canton danno l'idea dell'iperaffollamento. Veri e propri alveari urbani.

Canton - Lo skyline sullo sfondo, in primo piano un centro commerciale

Lungo la strada che ci conduce all'aeroporto, falce e martello troneggiano. .

Aeroporto di Canton

Tradizione e modernità all'Exhibition Centre di Shanghai

Interni dello Shanghai Exhibition Center, palazzo donato da Stalin alla città di Shanghai, liberty sovietico. 

Shanghai Exhibition Center - Fotografi al Salone del Mobile
Shanghai Exhibition Center 


L'atmosfera di Blade Runner del Pudong, lo spettacolare e futuristico skyline di Shanghai. L'edificio sulla destra, la Shanghai Tower, è alta 632 metri, ha 128 piani ed è il grattacielo più alto della Cina ed il terzo più alto al mondo.

Shanghai. L’edificio in Xingye Lu che nel 1921 ha ospitato, in gran segreto, il Primo Congresso del Partito Comunista Cinese.

Shanghai - Il quartiere della Concessione Francese. La Concessione francese fu una delle principali enclave europee di Shanghai dalla metà del XIX secolo fino a poco prima della Seconda Guerra Mondiale. Oggi il quartiere è di nuovo il luogo preferito dagli emigranti che vivono a Shanghai. 

Shanghai. I motorini a Shanghai sono tutti elettrici. La municipalità di Shanghai, per limitare le emissioni inquinanti, disincentiva l'utilizzo delle moto di grossa cilindrata al punto che la semplice immatricolazione ha un costo che si aggira sui 40mila euro

Shanghai - Alveari urbani nella zona nord ovest

Shanghai - Alveari urbani nella zona nord ovest

Shanghai - Dietro le costruzioni popolari, svettano i palazzi più recenti
Pechino, periferia.

Pechino. La sede di AQSIQ. AQSIQ è un organo amministrativo ministeriale direttamente sotto il Consiglio di Stato della Repubblica popolare cinese responsabile della qualità nazionale, la metrologia, controllo delle materie prime di entrata-uscita, entrata-uscita di quarantena sanitaria, entrata-uscita di animali e piante quarantena, import-export di sicurezza alimentare , certificazione e accreditamento, standardizzazione, nonché amministrativo forze dell’ordine.

Pechino - Un militare all'ingresso della sede della AQSIQ

Un raro cielo azzurro sopra Pechino. È così perché c'è un vento molto freddo, ma non gelido. È un vento che nasce in Siberia, attraversa senza ostacoli le pianure sconfinate della Mongolia e infine investe la capitale. Che, ogni tanto, può respirare.

Pechino - La sede dell'Ambasciata d'Italia in Cina

Pechino - Un telefono pubblico all'interno di un hotel

Pechino 

Pechino

Pechino - Lo Yonghe Gong (Convento dei lama) è un monastero buddhista.  Fu costruito nel 1694 per ordine dell'imperatore Kangxi, come testimonianza della devozione tipica della sua Casa per il Buddhismo tibetano, e dell'attenzione che il Celeste Impero nutriva per il Tibet, da poco incorporato nella sua signoria, e per i mongoli, anch'essi seguaci dei lama.
Pechino - Lo Yonghe Gong (Convento dei lama)


Pechino - Lo Yonghe Gong (Convento dei lama)

Pechino - Lo Yonghe Gong (Convento dei lama)

Pechino - Palazzi in costruzione

Pechino
Canton - Una squadra di operai all'esterno dell'aeroporto. Tutta la zona è in ristrutturazione in attesa della visita del Presidente Xi Jinping

Canton - Il simbolo della falce e martello ai caselli autostradali

Canton - Segnaletica stradale

Canton - Edifici popolari

Canton - Lo skyline luno la riva dello  Zhujing River 

La bevibilissima birra cinese