mercoledì 27 agosto 2014

L'abisso della vecchiaia nella lezione di Massimo Fini

Qualche giorno fa Davide, in vista di un lavoro che faremo, mi ha suggerito di leggere "Ragazzo. Storia di una vecchiaia", di Massimo Fini.
Nella quarta di copertina si spiega esattamente cosa ci si deve attendere dalle 111 pagine, tra le più fulminanti che io abbia mai letto: "Una spietata analisi, senza infingimenti, senza autoillusioni, senza autoinganni sulla vecchiaia, al di là delle ipocrisie e della retorica con cui oggi cerchiamo di abbellire ed edulcorare quella che chiamiamo eufemisticamente "la terza età" rendendola così, se possibile, ancor più crudele e beffarda."
Non posso fare altro che suggerire a mia volta questa lettura - potentissima e lucida fino alla mancanza di speranza - soprattutto a chi è già negli "anta". Non per scoraggiarli, al contrario. Per trovare il coraggio di aprire porte sempre chiuse, dietro le quali Fini - magistrale - ci prende quasi per mano anticipando in un certo senso un viaggio tra i dettagli dell'inevitabile.

Tra le pagine più emozionanti, senz'altro quelle dedicate alla madre.

"La detestavo. Educata all’epoca degli Zar e in quegli ambienti, era una russa dispotica, dura, anaffettiva, completamente priva di capacità autocritica, che si esprimeva per ordini perentori, quasi sempre arbitrari o cervellotici, che non potevano essere in alcun modo discussi. «Fai così». «Perché mamma?». «Perché lo dico io». «Ma spiegamene almeno le ragioni». «Fai così e basta». Mio padre era morto, io ero minorenne e finché vissi a casa sua dovetti subire. Ma una volta, esasperato, la scaraventai per terra e la calpestai. Con voluttà. [...] Un giorno mi telefonarono che era morta. Andai a vederla. La morte le aveva restituito i suoi tratti asiatici, tartari, gli zigomi sporgenti, gli occhi dal taglio obliquo, le labbra sottili, enigmatiche, irrigidite in una piega altera e crudele, come se alla fine della vita si fosse ricongiunta alle sue origini. Era bellissima. Affascinante e terribile, come sempre. Ne fui turbato. La morte di una madre, quali che siano stati i nostri rapporti con lei, è sempre traumatica. Ci rendiamo conto che sono stati tagliati anche gli ultimi ormeggi che ci legavano alla sponda da cui eravamo partiti. Che ora siamo definitivamente in mare aperto e che tocca a noi.
Lei era un’ebrea convertita alla religione ortodossa, in realtà non credeva a nulla, né a Dio né a Satana. Le organizzai comunque un piccolo funerale ortodosso, che è una cosa semplice e serena. Si tengono in mano delle candeline colorate, accese, e chi ci crede prega per l’anima del defunto. Avrei dovuto dire qualche parola di commiato ai pochi amici e conoscenti presenti. Non intendevo in alcun modo nascondere i difficilissimi rapporti che avevo avuto con mia madre, volevo però ricordarne il coraggio. Era passata, nel giro di pochissimi anni, dal Medioevo alla Modernità, dalla grande ricchezza della nobiltà terriera zarista alla miseria e alle devastanti carestie della Russia postrivoluzionaria e, in seguito, fuggita dal suo paese, alla povertà bohémienne della Parigi degli anni Trenta, aveva attraversato rivoluzioni e guerre, conosciuto tragedie collettive e individuali, un fratellino ucciso durante i tumulti bolscevichi, l’intera famiglia d’origine sterminata dai tedeschi, una figlia le era morta a pochi giorni dal parto, l’altra era impazzita in età adulta. Era comprensibile che fosse stata costretta a farsi una scorza dura. E aveva affrontato tutto, i momenti tragici e quelli felici, perché in un continuo saliscendi c’erano stati gli uni e gli altri, con dignità, con fierezza e, appunto, con grande coraggio. Quel coraggio che le ho sempre ammirato, temendo di non averne altrettanto. Ma quando fui davanti alla bara le parole mi si gelarono in bocca e non riuscii a dir nulla. Pensavo che mia madre mi fosse ormai del tutto indifferente. Anzi, per tutta la vita avevo creduto di odiarla. Capivo, ora, che, a modo mio, che poi era molto simile al suo, l’avevo amata. Certamente più di mio padre, troppo razionale, troppo valoriale, troppo ottocentesco e distante come lo erano spesso i padri della mia generazione. Lei, perlomeno, era preottocentesca, era feudale. Era barbara. Era selvaggia."

martedì 19 agosto 2014

Come seppellire una persona con un titolo sbagliato

La lettura di un articolo vi ha mai provocato il blocco della respirazione? A me si, una volta, al bar, mentre stavo per divorare una brioche. Era un mio articolo. La mancanza di ossigeno l'ha provocata il titolo, che però non avevo scritto io. Era l'unica cosa che non avevo scritto. Ma ormai non c'era più niente da fare, il danno (irreparabile) era fatto.

La storia che avevo raccolto era quella che molti cronisti sognano prima o poi di poter raccontare: un riscatto. Una vita che sembra perduta e che invece, dopo mille vicende - spesso cupe e dolorose - trova una nuova via.
Da qualche tempo - diversi anni fa - avevo conosciuto R., un educatore in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Incontrandolo più volte per lavoro - dato che abbastanza spesso scrivevo di questi temi - eravamo entrati in confidenza. Poco alla volta, quindi, mi aveva raccontato la sua storia: lui stesso, prima di diventare educatore in comunità, era stato tossicodipendente. Poi, dopo un percorso di recupero riuscito perfettamente, aveva scelto di rimanere a lavorare in comunità. Aveva studiato, si era diplomato, aveva conseguito tutti i titoli per poter esercitare la professione ed era rimasto lì come educatore. E poi, poco alla volta, era diventato addirittura il responsabile di tutti gli educatori. La comunità, poi, aveva allargato la propria attività anche al recupero degli alcolisti e al supporto di altre forme di disagio. Era stato quindi necessario aprire altre strutture sul territorio e, poco dopo, moltiplicare l'esperienza in una rete di comunità sparse in tutta Europa.
R. alla fine era diventato il responsabile dei progetti rieducativi di tutta la rete delle comunità in Europa.
Un bel riscatto, no? Soprattutto per uno che aveva avuto una storia come la sua: emigrato da bambino all'estero in un Paese d'Oltralpe, non si era mai integrato. E nell'eroina aveva trovato il torpore per annichilirsi e sopportare un mondo che non era il suo.
Mi aveva raccontato che i genitori, nell'illusione di tornare presto in Italia, appena arrivati all'estero avevano sistemato la valigia sotto al letto, come se nel giro di pochissimi mesi dovesse essere riaperta per riporre le proprie cose e rientrare in Italia con il vento favorevole del trionfo.
Quella valigia, però, dopo qualche tempo era stata mestamente chiusa dentro l'armadio. Era evidente che l'idea di rientrare in Italia era praticamente scomparsa.
R., come tanti emigrati, aveva faticato molto a integrarsi a scuola. E, prestissimo, erano arrivate le prime canne con cui stordirsi, poi l'eroina. Aveva solo 15 anni e la sua vita era finita nel binario morto della tossicodipendenza.
I genitori avevano quindi deciso di tentare la via della comunità di recupero, accompagnandolo di nuovo in Italia.
E da lì, come detto, R. aveva ripreso in mano la propria vita, abbinando al riscatto personale e professionale anche la solidità di un matrimonio e l'arrivo di due figli.
Insomma, un trionfo in tutti i sensi.
A cui - se proprio uno ci tiene - mancava solo il sigillo del riscatto pubblico, in modo che i pochi che erano a conoscenza delle sue traversie giovanili, potessero sapere di che pasta era fatto e di come aveva saputo reagire.
Lui non ci teneva particolarmente a far sapere com'era andata a finire, a raccontare in un'intervista com'erano andate le cose. Anzi, proprio non ci pensava. Ma io avevo insistito, la sua storia poteva essere di grande incoraggiamento per tantissime persone.
Insomma, alla fine si era fatto convincere e lo avevo intervistato.
Per dare all'intervista una sorta di "fil rouge" che la caratterizzasse da cima a fondo, avevo scelto l'idea ricorrente di questa valigia risposta sotto al letto e poi sistemata dentro all'armadio, più e più volte, come emblema della grande difficoltà.
Ignoravo l'effetto che questa valigia avrebbe fatto al collega che, di lì a poco - quando la redazione stava già per chiudere - avrebbe titolato l'articolo. Si, perché - come forse non tutti sanno - in genere (almeno fino a qualche anno fa) nelle redazioni il titolo non lo fa l'autore dell'articolo, ma un collega, che rilegge il pezzo e individua un titolo che sappia essere sintesi del contenuto e che, allo stesso tempo, garantisca la necessaria enfasi per attirare l'attenzione del lettore.
Quando ho consegnato il pezzo - prima di tornarmene a casa all'ora di cena - ignoravo che il titolo lo avrebbe scritto chi si occupava spesso di cronaca nera (guidato dall'inevitabile lessico intriso di armi, rapine e inseguimenti) . Ma me ne sarei accorto il mattino dopo, al bar, dove ero entrato per fare colazione e leggere con calma l'articolo nell'edizione cartacea.
Sistemato il cappuccino sul tavolo e indirizzata la brioche verso il primo morso, avevo sfogliato il giornale per arrivare alla pagina dedicata a R.
Ed era stato a quel punto che l'aria mi era mancata, perché avevo capito che in un giorno avevo annullato un riscatto personale che aveva richiesto 15 anni di fatiche.
R. era ritratto in una grande foto. E, sopra di lui, a tutta pagina, il titolo diceva:
"Da Modena alla Svizzera con la droga nella valigia".

sabato 5 luglio 2014

La formazione per i giornalisti è uno psicofarmaco

Non è vero che la formazione obbligatoria per i giornalisti sia inutile, al contrario: favorisce la creatività, stimola la socievolezza, potenzia la fantasia. Una specie di antibiotico, insomma. O uno psicofarmaco di quelli leggeri, per stabilizzare l’umore.
Su di me, almeno, ha avuto questo effetto.

Pochi giorni fa, finalmente conquistato il diritto a partecipare a uno dei corsi (obbligatori) sul tema “I giornalisti e la deontologia”, raggiungo felicemente dopo circa 100 km di viaggio il palazzo in cui, dalle 10 alle 18, ci illumineranno sul tema. 

A casa le mie figlie mi hanno salutato per sempre, sanno che il rischio della giornata di formazione è mortale. Ma io non mi tiro indietro: la formazione prima di tutto. Le saluto mentre asciugo le lacrime sui loro volti.

Sarà compito di tre relatori traghettarci – sani e formati – al tardo pomeriggio. Mi guardo intorno e, inspiegabilmente, nessuno fa la ola di fronte al menù che ci attende:

  1. La legge del 1963 e l’art. 2 - Il primo protocollo e le successive carte deontologiche - Il codice della privacy
  2. La procedura disciplinare alla luce del DPR 137/2012
  3. Social network e riflessi deontologici
L’aula è stracolma, almeno trenta di noi non trovano posto. Ma niente ci fermerà: sulla parete di fondo dell’aula ci sono due porte che immettono in una stanza attigua: ci stivano lì dentro. Si, è vero, da lì non si vede il relatore e si sente anche male. L’umidità è al 100%. Ma non ci fermeranno certo questi dettagli, siamo pronti a introiettare il nostro carico di deontologia, niente ci può spaventare.

Il primo relatore è pronto, sfoggia una metodologia formativa di grande impatto innovativo: “Uomo-in-piedi-con-microfono-che-parla”.
Alle 10 esatte inizia, è bravo. Dalla nostra stanza non lo vediamo, ma lo sentiamo. Apro i pori per assorbire più deontologia possibile, lo sento citare Mussolini, De Gasperi, una serie di leggi e di regolamenti. Sento il discorso volare alto sulla quotidianità del 2014 quando cita il “cinematografo”. La contemporaneità dilaga, si parla dei film di Totò, dei delitti della saponificatrice di Correggio degli anni ’40, del senso del pudore di Maria Goretti nel 1902.

La deontologia mi entra in circolo, comincio a sentirne i benefici, anche se dopo un po’ di tempo inizio ad avvertire l’affaticamento, la spossatezza, quasi lo sfinimento della giornata. La formazione prosegue a lungo, ci immergiamo nelle cronache del secondo dopoguerra, sentiamo qualche incursione negli anni ’60, si citano codici, leggi, processi e cause giudiziarie, ma io spero che la pausa pranzo sia ormai vicinissima, perché comincio ad essere tramortito. 
Guardo l’orologio: sono le 10 e 8 minuti.
Penso di morire. 

E’ lì che sento il coperchio di marmo della tomba che cala su di me e sull’impossibilità di sopravvivere alla giornata.
Mi giro verso la mia occasionale vicina di sedia e la guardo smarrito: “C’è da spararsi”, le dico. Ride. “Si, non volevo dirlo. Ma si, c’è da spararsi”.
Ci guardiamo intorno e capiamo che le intenzioni suicide hanno colpito tutti i presenti nella stanzetta. Sarà per questo, immagino, che hanno reagito con i farmaci tipici per queste situazioni: lettura di quotidiani e settimanali, navigazione web sistematica su tablet, iPad e smartphone, musica in cuffia e passeggiatine corroboranti verso le finestre per respirare un po’ d’ossigeno. 

Anche l’ordine teutonico delle sedie affiancate, poco alla volta, si sfalda per ricomporsi in micro-salotti in cerchio, accrocchi di reporter e piccole tribù di cronisti, tutti impegnati in chiacchiere ritempranti.
Sul tavolone al centro della stanza si moltiplicano quotidiani e settimanali a disposizione di tutti, estratti da borse e zainetti, una sorta di edicola a cielo aperto per tenersi impegnati fino alla pausa pranzo. 

Io raggiungo il livello 81 a Bubble Maniac sul mio smartphone e mi sento ormai pronto a passare  alla versione “advanced”, ma la pausa pranzo arriva proprio quando il livello 82 è a portata di mano.
Sparsi come una mandria, ci infiliamo nei bar della zona, ripresentandoci alle due, pronti per un nuovo carico di deontologia. La differenza, rispetto al mattino, è nella metodologia, che si alza a livello “donna-seduta-con-microfono-e-slide-di-solo-testo”, applicata dalle due relatrici pomeridiane.

La mazzata, considerato l’orario della digestione, è ancor più potente di quella mattutina, ma niente ci può scoraggiare e le discussioni – nell’anarchia della stanzetta – vanno dalle gambe pelose di un tizio postate su facebook, sino all’educazione dei figli.
Più d’uno, verso le cinque, improvvisamente alza la testa e la gira in direzione della voce che arriva dall’altra parte della stanza. Pare che sia stata pronunciata la frase “e per finire”.

Ed è proprio così.
E’ finita.
Siamo sopravvissuti e ne usciamo deontologicamente formati.

Mi consegnano il diploma, lo giro verso la platea dei colleghi e lo alzo al cielo come un trofeo: il giornalismo è raccontare i fatti.

domenica 15 giugno 2014

C'era (una volta) via San Carlo - Il documentario


Il calzolaio ubriaco che la percorreva in discesa stando in piedi sul sellino della bici, la prima band di Gianni Morandi, il parroco motociclista e le prostitute nelle osterie, l'albero pietrificato e le case abbattute, gli spacciatori e il filatelico scambiato per Terence Hill. I cambiamenti radicali nei rapporti tra vicinato, la chiusura di gran parte delle attività economiche, i segnali della globalizzazione, l'eco perduta dei fasti di qualche anno fa, ma anche la volontà di ridare vita a una delle strade più antiche e ricche di tradizioni, in cui hanno vissuto Fanfulla e Isa Pola, a cui ha dedicato una canzone Dino Sarti, in cui sono arrivati i primi cinesi e in cui ha vissuto Sant'Antonio da Padova. E tanto altro.
Via San Carlo, nel cuore del centro storico di Bologna, raccontata da chi ci vive e da ci lavora: questo è il lavoro a cui mi sono dedicato nel corso di questi ultimi mesi.

L'idea è nata in maniera molto semplice.
Tutte le mattine arrivo alla stazione, da Modena, e poi mi incammino verso l'ufficio. Nel tragitto, da sei anni, percorro anche via San Carlo. Una volta mi sono fermato dal barbiere (Franco) e lì è scattato tutto, perché ha cominciato a raccontarmi di Tizio e di Caio, del tal negozio e del commerciante, di "quella volta che" e di "quella notte che", e così via. 
Tutte le volte che mi sono fermato a  tagliarmi i capelli, lui mi raccontava un sacco di cose, anche apparentemente insignificanti, tutte riferite alla via. E così, tra ricordi e aneddoti, ho capito che quella che a prima vista poteva sembrare solo una piccola strada, in realtà era densissima di grandi storie, tutte personali ma, in un certo senso, universali. Come se via San Carlo fosse una sorta di rappresentazione in sedicesimi di quelle che sono le trasformazioni del mondo. Una strada e le sue vicende come paradigma del cambiamento di un'epoca

E così ho preso la telecamera e per qualche mese ho girato tra botteghe e appartamenti. 
Forse si è anche trattato di uno stacco da quello che faccio abitualmente con il nostro gruppo di documentaristi, le  Officine Tolau, visto che ci occupiamo sempre di "grandi" cose: MoVimento 5 Stelle, Indignados, la tragedia del Vajont, la vicenda di Giovanni Tizian, per citare alcuni dei nostri lavori

Per questa volta, insomma, ho fatto una cosa da solo, raccontando il mondo "dal basso", che è sempre il miglior punto di osservazione. Ad ogni passo, dietro ogni porta, in ogni viso, c'è una storia da raccontare. 

E' un racconto molto parziale, ovviamente, ma credo dia il senso di come tutto sia cambiato.


La prima proiezione l'ho voluta riservare ai protagonisti del documentario, a quei commercianti, artigiani e residenti che mi hanno dedicato tempo per raccontarmi i loro ricordi. L'appuntamento era alla trattoria da Valerio, in via Avesella, aperta solo per noi per l'occasione, dato che anche Valerio è tra i protagonisti. La notizia, però, ha fatto rapidamente il giro del web e così i giornali se ne sono occupati.
Le recensioni sono state tutte molto generose, a testimonianza non tanto della qualità del mio lavoro - rispetto al quale la mia severità mi fa vedere una quantità impressionante di imprecisioni tecniche e di spazi che avrebbero necessità di essere ulteriormente "asciugati"  - ma della bellezza delle "storie semplici", perché è da quelle parti che si muove il mondo. Quello vero.



LA RASSEGNA STAMPA 

La recensione sul Corriere della Sera di Bologna (di Fernando Pellerano)

La recensione sul Resto del Carlino




























Gli articoli che annunciano la proiezione su la Repubblica e sul Corriere della Sera









giovedì 17 aprile 2014

Volevamo occupare l'Emilia



Ricordate? Alle elezioni regionali del 2010 la Lega Nord in Emilia Romagna ottenne risultati straordinari. Il sogno di conquistare la regione "rossa" per eccellenza - e con lei tutto il Nord Italia - sembrava davvero a portata di mano.

Poi, complici gli scandali finanziari, la caduta.

Oggi, alla vigilia della tornata elettorale 2014, io, Paolo Tomassone e Davide Lombardi - le Officine Tolau - siamo tornati sentire tra i dirigenti leghisti e parte della base cosa rimanga di quel sogno, svanito come neve al sole, quello stesso sogno che avevamo documentato nel nostro primo lavoro, "Occupiamo l'Emilia". E le sorprese non mancano, tanto che alla Padania - ci dicono - non crede più nessuno e il vero centralismo da combattere non è quello di "Roma ladrona", ma quello delle regioni e di Bruxelles...

sabato 22 marzo 2014

Gioco d'azzardo, alcol e sigarette: lo Stato spende più di quanto incassa


(Il mio pezzo oggi sul Venerdì).

BOLOGNA.  I conti non tornano. Lo Stato ogni anno incamera 33 miliardi e 800 milioni di euro dalla tassazione complessiva su gioco d'azzardo, alcol e tabacco, ma ne spende 59 e mezzo per far fronte alle conseguenze devastanti che provocano dal punto di vista sociosanitario e della criminalità .
Un bilancio catastrofico, aggravato dai dati sulla mortalità : ogni 8 minuti, infatti, muore una persona per le conseguenze del tabacco. Ogni mezz'ora, una per l'alcol. Il gioco d'azzardo patologico, poi, rovina circa un milione e mezzo di persone.
Il buco nero è principalmente quello del gioco d'azzardo, dove la forbice tra entrate e uscite è impressionante. Diana De Martino, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, durante un convegno promosso a Bari dalla consulta nazionale Antiusura, è stata chiara: «Affidare allo Stato la gestione del comparto giochi, teoricamente deriva dalla necessità  di assicurare entrate erariali, ma solo compatibilmente con la tutela della popolazione e il contrasto all'illegalità . L'incremento esponenziale del gioco, però, avuto come conseguenza la massiccia infiltrazione della criminalità».
La situazione, sottolinea ancora De Martino, è tutt'altro che rosea. «Nel 2013 lo Stato ha incassato, a titolo di prelievo erariale, circa 8 miliardi. Ma gli effetti negativi legati al gioco sono di gran lunga superiori: costi sanitari, costi sociali per l'impoverimento delle famiglie, ricadute dell'usura che È incrementata dal gioco, spese per i controlli amministrativi e per il funzionamento della macchina del gioco, evasione fiscale, danni al mercato regolare per concorrenza sleale tramite forme di gioco illegale, danni dal rafforzamento della criminalità . La stima, anche se mancano dati certi, è di circa 30 miliardi».
Anche sul fronte dell'alcol le cifre non lasciano dubbi: da una parte c'è il gettito fiscale annuo che È di 12 miliardi di euro (8 miliardi e 520 milioni per il vino e 4 miliardi per la birra). Dall'altra ci sono i costi: secondo l'Istituto superiore della Sanità  tra impiego delle forze dell'ordine in situazioni legate all'uso di alcol, attività  dei tribunali, delle carceri, pratiche burocratiche e filiera dei costi legati agli incidenti stradali, si arriva a 22 miliardi l'anno.
Si aggiungano poi assenteismo, disoccupazione e mortalità , (intesa, per i decessi in età  produttiva, come calcolo della mancata ricchezza prodotta), oltre a tutta la filiera dei costi necessari ad affrontare la malattia.
Come invertire il meccanismo? Come fare in modo che si spenda meno di quello che si incassa? Nel Piano d'azione europeo 2012-2020 per ridurre il consumo di alcol dell'Istituto superiore della Sanità , la ricetta è scritta a chiare lettere: «Aumentare le tasse sull'alcol, istituire imposte proporzionalmente più elevate sui prodotti con una maggiore concentrazione di alcol o fornire incentivi a versioni di prodotti con un tasso alcolico inferiore e aggiungere tasse speciali sui prodotti che attraggono di più i giovani consumatori».
Capitolo tabacco. A prima vita la bilancia pende dalla parte giusta. Le entrate erariali, infatti, valgono 13 miliardi e 300 milioni, fa sapere l'Ufficio studi della Federazione italiana tabaccai, mentre le uscite per costi sociosanitari pesano per circa 7 miliardi e mezzo ribatte l'Istituto superiore di sanità . Di questi  4,2 se ne vanno per le ospedalizzazioni (in particolare per malattie cardiovascolari, tumori e broncopatie croniche) e 3 e mezzo per terapie domiciliari. Un saldo apparentemente positivo, se si considera unicamente dal punto di vista economico.
Già, ma come si fa a dimenticare il «valore» dei oltre 71 mila morti l'anno per patologie legate al fumo?


lunedì 3 marzo 2014

Grazie al sindaco Giorgio Pighi per quell'autorizzazione musicale...

Adesso che l'era-Pighi a Modena è alla fine, vorrei uscire dalle secche delle politica e ringraziarlo pubblicamente per una piccola (ma grande) cosa "non politica"  fatta qualche anno fa, quando lavoravo all'ufficio stampa del Comune di Modena.
Le mie figlie e i loro amici, che all'epoca avevano un'età compresa tra i sei e i dieci anni, volevano a tutti i costi organizzare un concerto in piazza Grande, strimpellando su strumenti improvvisati, giusto per dare sfogo alla loro voglia di divertirsi, che a quell'età è incontenibile (età favolosa...).
Dato che io il sindaco lo vedevo spesso, in casa mia si era diffusa la leggenda (tra le mie figlie e i loro amici) che in qualche modo io avessi la possibilità di far succedere delle cose anche importanti a Modena.
E così, quella volta in cui mi avevano domandato se potevano chiedere a Pighi il permesso di organizzare il loro concerto in piazza Grande, io avevo risposto: "Ma certo, scrivetegli una lettera, vedrete che vi darà l'autorizzazione".
E lui si prestò al gioco, senza pensarci neanche un secondo.
Vorrei perciò ringraziarlo per questo piccolo gesto del tutto informale, che ha fatto felice un gruppo di bambini. Sono sicuro che ricorderanno per sempre quella volta che il sindaco li autorizzò a cantare in piazza Grande. 
Il concerto non si fece (divergenze artistiche tra le piccole star...), ma la soddisfazione - quando videro la scrittura del sindaco - fu letteralmente impagabile.