La faccia, in questo video, la mettono alcuni giornalisti di Modena, solidali con la collega, ma le parole sono quelle testuali dei grillini. La "base" del Movimento 5 Stelle? Eccola qui: incitati da Beppe Grillo i "fan" del movimento così commentano su Facebook un articolo (sgradito al Capo) scritto da Maria Novella Oppo, giornalista dell'Unità.
giovedì 12 dicembre 2013
domenica 30 giugno 2013
La montata lattea di Carlotta Magnanini e i cadaveri del Vajont
Per spiegare che ha avuto una montata lattea scarsa, Carlotta Magnanini su D di Repubblica scrive:
"La montata lattea non fu quell'esondazione inarrestabile del Vajont come avrebbe dovuto essere, ma di quelle che va be', sempre meglio che niente. Così così. Da puerpera spuria".
E poche righe dopo, per precisare di aver provato anche con il latte ipoallergenico Unipo, sottolinea:
"La poppata successiva fu un Vajont di Unipo in polvere".
Maneggiare la scrittura, ignorando la storia, provoca sempre risultati agghiaccianti e, in questo caso, umilianti per la memoria delle 1917 vittime del Vajont, per i superstiti e - sì - anche per il giornalismo.
Sono sicuro che è tutto scritto in buona fede, faccio lo stesso mestiere della Magnanini e so che può capitare, ne ho già scritto. E' capitato anche a me.
Ma almeno nell'anno della ricorrenza del 50° della catastrofe di Longarone, un po' di attenzione, dai.
Altrimenti va a finire che, per descrivere una diarrea, scriveremo simpaticamente di aver avuto un'Hiroshima nel culo. Oppure descriveremo un travolgente sisma dell'Irpinia nel naso per dire che ci stavano scaccolando con una certa irruenza. O un olocausto in cucina per dire che il frigo non funziona.
Io, oltre che giornalista, sono figlio di una superstite e faccio un invito ufficiale a Carlotta Magnanini, senza ironia: se è disponibile, un giorno la accompagno nelle zone della tragedia. Sono sicuro che capirà che il mio non è livore, è solo tentativo di mantenere viva la memoria.
mercoledì 5 giugno 2013
Non tutte le donne sono così feroci (speriamo)
Salgo, apro il giornale. Di fronte a me c'è un uomo, cinquant'anni circa, anche lui sprofondato nella lettura di Repubblica.
Salgono quattro donne, età media 65. Si siedono proprio di fianco a noi.
Sono chiaramente in gita, una è evidentemente la "leader".
E' bassa, robusta. bionda ultra-tinta, vestita in maniera curata, gioielleria di seconda mano, voce sicura, occhialoni da sole. Non so ancora che sta per accadere qualcosa di feroce.
Il treno parte, le chiacchiere delle quattro donne in gita anche.
Improvvisamente sale altissimo il tono della voce della donna ingioiellata.
"MA BASTAAAA, SEI SEMPRE QUELLA CHE PUNTUALIZZA"
E la donna di fronte all'ingioiellata replica, quasi sottovoce. "Ma ho solo detto..."
"SEI SEMPRE QUELLA CHE ROVINA LE DISCUSSIONI"
"Ma cosa ho detto"? (sommessamente)
"SE IO PARLO DI BARCELLONA E DI GAUDI', CHE BISOGNO C'E' DI PRECISARE?"
"Ma io ho solo detto che..."
"SE IO DICO CHE A BARCELLONA C'E' IL QUARTIERE GAUDI', CHE BISOGNO C'E' DI PRECISARE CHE SONO SOLO TRE CASE, NON UN QUARTIERE????"
"Va bene, va bene. Dicevo solo che sono tre edifici"
"NO, NON VA BENE, BISOGNA CHE QUALCUNO TE LO DICA, SEI SEMPRE COSI!!! GUARDA CHE LA GENTE QUANDO CHIACCHIERA VUOLE SOLO CHIACCHIERARE, NON VUOLE CHE GLI SI ROMPA LE BALLE!"
"Va bene, va bene, finiamola qui, scusa"
"FINIAMOLA QUI!?? NON MI VA BENE CHE TU DICA FINIAMOLA QUI CON QUEL TONO!!!"
Con un filo di voce, guardando verso il pavimento "Per favore, sto male, per questo dico finiamola qui. Basta, per favore"
"AH, ECCO, FINIAMOLA QUI, SI, MEGLIO"
Il treno sferraglia verso Ferrara, il quartetto prosegue il chiacchiericcio, a cui però non partecipa più la donna che ha osato contraddire l'ingioiellata. Se ne sta in silenzio, umiliata, col groppo in gola.
Il treno ferma a Ferrara.
Prima di scendere, l'uomo di fronte a me si alza e si avvicina al quartetto di over65, si china verso la donna che è lì ancora silenziosa, le tocca un braccio.
Lei si gira verso lo sconosciuto, con aria mite, sorpresa.
Anche le altre tre sono sorprese da quell'intrusione tanto inaspettata e si fanno improvvisamente silenziose.
Lui le dice: "Ho seguito la vostra discussione. Una donna con la sua sensibilità, la vorrei come zia delle mie nipotine".
"Davvero?", chiede. E un sorriso incredulo le illumina il viso.
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giovedì 23 maggio 2013
Camposanto, una proposta per la memoria del sisma
In termini di identità collettiva, è come se a Roma venisse abbattuto il Colosseo. L'unica cosa rimasta in piedi è la colonnina con il citofono, su cui sono ancora leggibili le etichette dei campanelli della scuola media e della scuola elementare. L'ho fotografata ieri sera, mentre passeggiavo per le vie del centro, qualche minuto prima di entrare alla sala polivalente Ariston, dove ho moderato il dibattito tra i candidati sindaco per le elezioni che si terranno domenica 26 maggio.
Certi dettagli che rivelano la quotidianità delle relazioni di un paese, come nel caso dei campanelli ritratti nella foto, hanno una forza narrativa potentissima, perché raccontano la vita reale.
Se questa colonnina potesse in qualche modo essere protetta e rimanere lì a testimonianza di quanto successo, forse sarebbe un'operazione di mantenimento della memoria più efficace di qualunque monumento.
mercoledì 22 maggio 2013
"Il Movimento 5 Stelle? O diventa un partito, o finisce qui". A colloquio con Piergiorgio Corbetta
“La democrazia diretta è un’illusione. Il MoVimento 5 Stelle deve trovare dei meccanismi di strutturazione intermedia. In sostanza, deve diventare un partito. Se rifiutano di farlo, rischiano di rimanere con una candela spenta in mano”. Non fa sconti alle ambizioni di Grillo, Piergiorgio Corbetta, direttore di ricerca dell’Istituto Carlo Cattaneo, ma il suo è un punto di vista di chi il M5S lo conosce davvero da vicino. Autore, con Elisabetta Gualmini, de “Il partito di Grillo” (Il Mulino), Corbetta analizza il traguardo (ormai vicinissimo) dei primi cento giorni del M5S in Parlamento, e non mancano le sorprese: il MoVimento mostra tutti i segni tipici del web-populismo, zavorrato anche dalla novità “fasulla e deludente” della rete, e Grillo, per mantenere stretto a sé il proprio elettorato, potrebbe persino pensare di cedere a future alleanze, senza sottovalutare il malcontento che cova tra i suoi parlamentari, tentati in parte di abbandonare la partita. E, sullo sfondo, la possibilità di intercettare i voti dei delusi dal Pd.
Professor Corbetta, di solito i primi cento giorni di un progetto politico dicono molto sulla capacità di tenuta del progetto stesso. Il “post-urne”, in vista di questo traguardo, sembra fotografare un momento di stallo per il MoVimento 5 Stelle.
Il post urne è condizionato dalle urne, nel senso che Grillo ha le mani legate dal suo elettorato. È rimasto completamente bloccato da un eccesso di successo. Ha vinto troppo.
Ha vinto troppo?
Si, troppo rispetto agli obiettivi. Aveva in mente un partito di controllo, che sarebbe una funzione assolutamente nobile nell’ambito della politica italiana. Lo aveva dichiarato in maniera chiara: «Quando andremo in Parlamento non ci metteremo a destra, non ci metteremo a sinistra, ma ci metteremo dietro per controllare quello che fanno i governanti e l’opposizione». Questo, dato l’esito del voto, non è stato possibile. Lo avrebbe potuto fare se avesse avuto il 15%. Ma, avendo il 25%, è diventato condizionante e indispensabile per gli accordi governativi. Da questo contesto non si esce e Grillo, tirandosi indietro, congela la situazione.
In sostanza, Grillo non vuole deludere il suo elettorato, ma così facendo mette il MoVimento in un vicolo cieco.
Proprio così, ma la situazione non può comunque durare. Non va mai dimenticato che l’elettorato di Grillo ha tre caratteristiche principali che ne hanno determinato, allo stesso tempo, il successo e la debolezza: non ha radicamento territoriale, è trasversale alle classi sociali e, sostanzialmente, prende voti in tutto lo spettro politico. Grillo raccoglie quindi il voto di protesta generalizzato, ma non può trasformarlo in proposta. Faccio un esempio per capirci: se lui prende il voto di chi si lamenta delle tasse, ma anche quello di chi si lamenta perché il Comune o lo Stato tagliano i servizi del welfare, è evidente che quando si tratta di decidere una politica, o scontenta gli uni o scontenta gli altri. È il dilemma di tutti i partiti populisti, che sono – per ricognizione storica - partiti che ottengono consenso su tutto l’arco dell’elettorato da ogni punto di vista (generazionale, sociale, territoriale), e che però poi, proprio per questo motivo, sono incapaci di fare una proposta politica.
La sensazione, però, è che la rappresentanza parlamentare del MoVimento stia cercando di “cambiare pelle” per adattarsi ai meccanismi istituzionali, provando a dare risposta alle istanze del proprio elettorato. O c’è invece la possibilità che Grillo perda la grande occasione di rappresentare questo voto di massa?
Non lo so. Dipende dal contesto esterno, in primis dall’economia. Ripartirei dal dato delle urne: è chiaro che Grillo ha preso troppi voti. Di quel 25% - diamo una stima grossolana - il 15% sono suoi elettori, il 10% sono in più. Questo 10% di persone che hanno votato per vedere “cosa avrebbero combinato i nuovi”,
probabilmente li ha già perduti. È questa situazione di autoestraniazione dalla politica nazionale che, certamente, gli fa perdere molti voti. Molti. Però è chiaro che se, andando avanti, il governo non riesce a garantire risultati perché le tensioni lo paralizzano; o se la situazione economica peggiora o addirittura precipita, il MoVimento potrebbe catturare nuovo elettorato, ad esempio intercettando anche gli elettori di sinistra contrari all’inciucio. Questo potrebbe portare a un’eventuale compensazione tra voti persi e nuovi voti acquisiti. La mia impressione, ma è pura impressione, è che non ce la farà a mantenere questo consenso.
Rimanendo a livello di impressioni, si è capita in questa prima fase parlamentare quale sia l’idea di Paese del MoVimento?
Secondo me non ha un’idea del Paese. Ha un’idea della rappresentanza politica. C’è questa grande fede nelle capacità di trasformazione della società e della politica da parte della rete. Da questo punto di vista, però, fino ad ora la delusione è totale, perché il web si è dimostrato uno strumento inefficace per la partecipazione politica dell’elettorato, del cittadino.
Le primarie, le quirinarie e le altre consultazioni hanno mostrato una partecipazione bassissima modestissima, inconfrontabile con la partecipazione – ad esempio – delle primarie del Pd. È anche inaffidabile, basti pensare agli attacchi da parte degli hacker. Ed è anche uno strumento opaco, da almeno due punti di vista: da quello del cittadino che partecipa, perché io non posso mai sapere se sei tu che hai partecipato alle parlamentarie via web o se è stato tuo figlio o tua sorella o un genitore o un anziano con un nipote che chiede “nonno mi fai usare il computer”? Ed è opaco anche dal punto di vista della gestione, perché non hanno comunicato quanti sono stati effettivamente i votanti alle varie consultazioni. Certamente è uno strumento in fase di rodaggio, ma la novità dovuta all’informatica e alla partecipazione diretta che questa permetterebbe è una novità fasulla e deludente.
Sempre riferendoci all'attuale rappresentanza parlamentare, prima o poi Grillo potrebbe essere tentato da alleanze su specifici punti?
Grillo si è presentato come alternativo in termini radicali e, fino a questo momento, era inevitabile che perseguisse questa linea. Ora, dopo che sono passati alcuni mesi, se in effetti la situazione precipitasse, se effettivamente Berlusconi diventasse per la sinistra un rischio più grande di quanto lo sia stato sinora, e cioè che a un certo punto ci fosse l’eventualità di tornare alle elezioni con la prospettiva che le vinca Berlusconi e che poi possa diventare Presidente della Repubblica; insomma, di fronte a un quadro di questo genere, può anche darsi… Si deve veramente drammatizzare fortemente la situazione politica per pensare che Grillo possa fare qualche cosa.
Tutti questo mesi passati a discutere solo di diarie, rimborsi, di tagli di indennità, un po’ ombelicale, non rischia di essere un elemento di disaffezione della base? Come a dire: mentre il Paese va verso il baratro, voi siete qui a parlare di queste cose.
Certo, c’è il rischio concreto di far disamorare gli elettori che pensano: questi qui non fanno niente dal punto di vista politico, intanto il Paese va a rotoli e questi hanno sprecato il mio voto stando a parlare di diarie. Ma c’è anche il rischio di disaffezione dei propri rappresentanti in Parlamento.
Anche dei parlamentari? Perché?
Sono persone giovani che sono andate in Parlamento a 25-30 anni, ancora alla ricerca di una collocazione professionale. Quando si accorgono che sono in Parlamento e corrono il rischio di stare lì cinque anni, perdendo l’occasione dell’opportunità di una collocazione professionale, senza portare a casa nemmeno, dal punto di vista economico, un qualche cosa di veramente capitalizzabile…
Dice che potrebbero essere tentati di lasciare per questione di soldi?
Guardi, io ho sentito tanti parlamentari che mi dicevano «i parlamentari italiani sono ricoperti d’oro. Se non avessero questo fortissimo stimolo, questa gratificazione pecuniaria, volgarmente pecuniaria, la metà di questi mollerebbe tutto». Per i parlamentari più in vista, per quelli che costituiscono la “leadership” del Parlamento, c’è la soddisfazione, c’è la garanzia di relazioni sociali ecc. Ma per i “peones” è un lavoro noiosissimo, poco gratificante, persino umiliante in alcune situazioni. Un conto è se queste persone portassero a casa 10mila euro al mese, ma se a 30 anni portano a casa 2500 euro, spendendoli tutti per mantenersi a Roma, si corre veramente il rischio che questi dicano: “Ma chi me lo fa fare? Cosa ci guadagno? Cosa porto a casa?”. Lo sappiamo tutti, c’è gente che andata in Parlamento con meno di 100 voti ottenuti alle loro parlamentarie, gente che andata per caso in Parlamento e che spesso non ha una storia o una motivazione ideale molto forte.
Lei pensa che Grillo continuerà ad utilizzare quel linguaggio “contundente” che è stato parte integrante del collante identitario del MoVimento?
Le parole ripetute perdono nerbo. Tutto ciò che c’era di nuovo in Grillo, anche da questo punto di vista, diventa stanca ripetizione. È chiaro che lui deve trovare delle nuove strade se vuole mantenere agganciato a sé questo 25% di elettorato. Il problema vero è che questo è un movimento nato intorno alla sua figura carismatica e lui rifiuta di costruire dei veri corpi intermedi, dei meccanismi. Pensate al caso dei rappresentanti della Camera e del Senato, che dovrebbero ruotare ogni tre mesi: tutto ciò è privo di senso, è illusorio. La democrazia diretta è un’illusione, bisogna trovare dei meccanismi solidi di strutturazione intermedia, bisogna costruire un partito. Se rifiutano di farlo, rischiano di rimanere con una candela spenta in mano.
Professor Corbetta, di solito i primi cento giorni di un progetto politico dicono molto sulla capacità di tenuta del progetto stesso. Il “post-urne”, in vista di questo traguardo, sembra fotografare un momento di stallo per il MoVimento 5 Stelle.
Il post urne è condizionato dalle urne, nel senso che Grillo ha le mani legate dal suo elettorato. È rimasto completamente bloccato da un eccesso di successo. Ha vinto troppo.
Ha vinto troppo?
Si, troppo rispetto agli obiettivi. Aveva in mente un partito di controllo, che sarebbe una funzione assolutamente nobile nell’ambito della politica italiana. Lo aveva dichiarato in maniera chiara: «Quando andremo in Parlamento non ci metteremo a destra, non ci metteremo a sinistra, ma ci metteremo dietro per controllare quello che fanno i governanti e l’opposizione». Questo, dato l’esito del voto, non è stato possibile. Lo avrebbe potuto fare se avesse avuto il 15%. Ma, avendo il 25%, è diventato condizionante e indispensabile per gli accordi governativi. Da questo contesto non si esce e Grillo, tirandosi indietro, congela la situazione.
In sostanza, Grillo non vuole deludere il suo elettorato, ma così facendo mette il MoVimento in un vicolo cieco.
Proprio così, ma la situazione non può comunque durare. Non va mai dimenticato che l’elettorato di Grillo ha tre caratteristiche principali che ne hanno determinato, allo stesso tempo, il successo e la debolezza: non ha radicamento territoriale, è trasversale alle classi sociali e, sostanzialmente, prende voti in tutto lo spettro politico. Grillo raccoglie quindi il voto di protesta generalizzato, ma non può trasformarlo in proposta. Faccio un esempio per capirci: se lui prende il voto di chi si lamenta delle tasse, ma anche quello di chi si lamenta perché il Comune o lo Stato tagliano i servizi del welfare, è evidente che quando si tratta di decidere una politica, o scontenta gli uni o scontenta gli altri. È il dilemma di tutti i partiti populisti, che sono – per ricognizione storica - partiti che ottengono consenso su tutto l’arco dell’elettorato da ogni punto di vista (generazionale, sociale, territoriale), e che però poi, proprio per questo motivo, sono incapaci di fare una proposta politica.
La sensazione, però, è che la rappresentanza parlamentare del MoVimento stia cercando di “cambiare pelle” per adattarsi ai meccanismi istituzionali, provando a dare risposta alle istanze del proprio elettorato. O c’è invece la possibilità che Grillo perda la grande occasione di rappresentare questo voto di massa?
Non lo so. Dipende dal contesto esterno, in primis dall’economia. Ripartirei dal dato delle urne: è chiaro che Grillo ha preso troppi voti. Di quel 25% - diamo una stima grossolana - il 15% sono suoi elettori, il 10% sono in più. Questo 10% di persone che hanno votato per vedere “cosa avrebbero combinato i nuovi”,
probabilmente li ha già perduti. È questa situazione di autoestraniazione dalla politica nazionale che, certamente, gli fa perdere molti voti. Molti. Però è chiaro che se, andando avanti, il governo non riesce a garantire risultati perché le tensioni lo paralizzano; o se la situazione economica peggiora o addirittura precipita, il MoVimento potrebbe catturare nuovo elettorato, ad esempio intercettando anche gli elettori di sinistra contrari all’inciucio. Questo potrebbe portare a un’eventuale compensazione tra voti persi e nuovi voti acquisiti. La mia impressione, ma è pura impressione, è che non ce la farà a mantenere questo consenso.
Rimanendo a livello di impressioni, si è capita in questa prima fase parlamentare quale sia l’idea di Paese del MoVimento?
Secondo me non ha un’idea del Paese. Ha un’idea della rappresentanza politica. C’è questa grande fede nelle capacità di trasformazione della società e della politica da parte della rete. Da questo punto di vista, però, fino ad ora la delusione è totale, perché il web si è dimostrato uno strumento inefficace per la partecipazione politica dell’elettorato, del cittadino.
Sempre riferendoci all'attuale rappresentanza parlamentare, prima o poi Grillo potrebbe essere tentato da alleanze su specifici punti?
Grillo si è presentato come alternativo in termini radicali e, fino a questo momento, era inevitabile che perseguisse questa linea. Ora, dopo che sono passati alcuni mesi, se in effetti la situazione precipitasse, se effettivamente Berlusconi diventasse per la sinistra un rischio più grande di quanto lo sia stato sinora, e cioè che a un certo punto ci fosse l’eventualità di tornare alle elezioni con la prospettiva che le vinca Berlusconi e che poi possa diventare Presidente della Repubblica; insomma, di fronte a un quadro di questo genere, può anche darsi… Si deve veramente drammatizzare fortemente la situazione politica per pensare che Grillo possa fare qualche cosa.
Tutti questo mesi passati a discutere solo di diarie, rimborsi, di tagli di indennità, un po’ ombelicale, non rischia di essere un elemento di disaffezione della base? Come a dire: mentre il Paese va verso il baratro, voi siete qui a parlare di queste cose.
Certo, c’è il rischio concreto di far disamorare gli elettori che pensano: questi qui non fanno niente dal punto di vista politico, intanto il Paese va a rotoli e questi hanno sprecato il mio voto stando a parlare di diarie. Ma c’è anche il rischio di disaffezione dei propri rappresentanti in Parlamento.
Anche dei parlamentari? Perché?Sono persone giovani che sono andate in Parlamento a 25-30 anni, ancora alla ricerca di una collocazione professionale. Quando si accorgono che sono in Parlamento e corrono il rischio di stare lì cinque anni, perdendo l’occasione dell’opportunità di una collocazione professionale, senza portare a casa nemmeno, dal punto di vista economico, un qualche cosa di veramente capitalizzabile…
Dice che potrebbero essere tentati di lasciare per questione di soldi?
Guardi, io ho sentito tanti parlamentari che mi dicevano «i parlamentari italiani sono ricoperti d’oro. Se non avessero questo fortissimo stimolo, questa gratificazione pecuniaria, volgarmente pecuniaria, la metà di questi mollerebbe tutto». Per i parlamentari più in vista, per quelli che costituiscono la “leadership” del Parlamento, c’è la soddisfazione, c’è la garanzia di relazioni sociali ecc. Ma per i “peones” è un lavoro noiosissimo, poco gratificante, persino umiliante in alcune situazioni. Un conto è se queste persone portassero a casa 10mila euro al mese, ma se a 30 anni portano a casa 2500 euro, spendendoli tutti per mantenersi a Roma, si corre veramente il rischio che questi dicano: “Ma chi me lo fa fare? Cosa ci guadagno? Cosa porto a casa?”. Lo sappiamo tutti, c’è gente che andata in Parlamento con meno di 100 voti ottenuti alle loro parlamentarie, gente che andata per caso in Parlamento e che spesso non ha una storia o una motivazione ideale molto forte.
Lei pensa che Grillo continuerà ad utilizzare quel linguaggio “contundente” che è stato parte integrante del collante identitario del MoVimento?
Le parole ripetute perdono nerbo. Tutto ciò che c’era di nuovo in Grillo, anche da questo punto di vista, diventa stanca ripetizione. È chiaro che lui deve trovare delle nuove strade se vuole mantenere agganciato a sé questo 25% di elettorato. Il problema vero è che questo è un movimento nato intorno alla sua figura carismatica e lui rifiuta di costruire dei veri corpi intermedi, dei meccanismi. Pensate al caso dei rappresentanti della Camera e del Senato, che dovrebbero ruotare ogni tre mesi: tutto ciò è privo di senso, è illusorio. La democrazia diretta è un’illusione, bisogna trovare dei meccanismi solidi di strutturazione intermedia, bisogna costruire un partito. Se rifiutano di farlo, rischiano di rimanere con una candela spenta in mano.
mercoledì 15 maggio 2013
Il giornalismo superficiale che fa crollare la diga del Vajont
Vi do questa notizia: la diga del Vajont non è mai crollata.
La diga era costruita benissimo, ma nel posto sbagliatissimo, cioè a ridosso del monte Toc, inadatto a reggerne la pressione. Che, infatti, franò sul bacino artificiale, creando l'onda che uccise 1917 persone.
E il processo stabilì il dolo: si costruì nonostante si sapesse che lì non si doveva costruire. Punto.
Dire che la diga è crollata, come continuano a fare tanti giornali anche oggi (Vanity Fair, International Business Time, Befan ecc) in occasione del passaggio del Giro d'Italia in quelle zone, è una leggerezza che umilia il ricordo della tragedia a 50 anni di distanza, proprio perché il fatto che la diga sia lì ancora intatta è l'elemento-chiave di tutta la vicenda.
Nella superficialità della routine giornalistica (senza malafede, sia chiaro, faccio anche io questo mestiere e so che succede e basta) spesso evapora la capacità di utilizzare la memoria come formidabile strumento di identità nazionale, favorendo invece una cialtroneria, anche se involontaria, che rischia di primeggiare come tratto distintivo di questo Paese.
La diga era costruita benissimo, ma nel posto sbagliatissimo, cioè a ridosso del monte Toc, inadatto a reggerne la pressione. Che, infatti, franò sul bacino artificiale, creando l'onda che uccise 1917 persone.
E il processo stabilì il dolo: si costruì nonostante si sapesse che lì non si doveva costruire. Punto.
Dire che la diga è crollata, come continuano a fare tanti giornali anche oggi (Vanity Fair, International Business Time, Befan ecc) in occasione del passaggio del Giro d'Italia in quelle zone, è una leggerezza che umilia il ricordo della tragedia a 50 anni di distanza, proprio perché il fatto che la diga sia lì ancora intatta è l'elemento-chiave di tutta la vicenda.
Nella superficialità della routine giornalistica (senza malafede, sia chiaro, faccio anche io questo mestiere e so che succede e basta) spesso evapora la capacità di utilizzare la memoria come formidabile strumento di identità nazionale, favorendo invece una cialtroneria, anche se involontaria, che rischia di primeggiare come tratto distintivo di questo Paese.
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lunedì 13 maggio 2013
L'omaggio immortale di Stefano Benni al caffè
Cristoforo Colombo era stato da poco in America, e appena sbarcato aveva visto gli indigeni che portavano al collo degli strani oggetti di ferro, a forma di cilindro con un piccolo becco.
Gli indios, nel loro dialetto, li chiamavano «napoletana», o «moka», che voleva dire «macchina-di-ferro-dal-nero-succo-che ti sveglia». Essi tenevano in questi cilindri un liquore denso e scuro, di cui bevevano quantità incredibili.
Cristoforo Colombo volle assaggiarlo e subito disse: «Manca lo zucchero», poi propose una permuta, e si fece dare tre di queste macchine per trecento sveglie. Gli indigeni, soddisfatti, lo chiamarono «Bazuk» (uomo-bianco-che-fa-gli-affari-da-bestia), e fecero un balletto in suo onore.
Colombo tornò in Spagna, e appena giunto alla corte della regina Isabella, si chinò ai suoi piedi con la cuccuma in mano e le fece una grossa macchia sul vestito intarsiato di diamanti. La regina adirata disse: «Que fais?» (cosa fai?) anzi non disse proprio così, comunque da quel giorno la bevanda si chiamò Quefé e poi Caffè, anche se il popolo irriverente insisteva nel chiamarlo Cazzofè.
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