domenica 19 marzo 2017

La mano destra di Kurt Diemberger

La mano sinistra di Kurt Diemberger appoggiata sulla mia spalla non dice molto di lui. E' la destra, a cui mancano alcune falangi, a raccontare la sua vita.
Congelate durante la spedizione al K2 nel 1986, le falangi amputate sono state solo una piccola parte del prezzo pagato a quella montagna su cui - da giovane - aveva giurato a se stesso che non sarebbe mai salito. E invece le cose della vita, lo sappiamo, prendono la piega che pare a loro e nel 1986 Kurt ci è salito. In quella spedizione Julie Tullis, la sua compagna di cordata, è morta lassù. E con lei altri due alpinisti - provati dal congelamento e piegati dalla spossatezza che a quelle quote diventa letale - non hanno mai fatto ritorno.
Chi fa dell'himalaysmo la propria ragione di vita, sa che queste sono cose da mettere in conto, in un certo senso non intaccano la passione.  Ne sono parte integrante.
Ma non confondete le cose. Per Kurt andare in montagna non è mai stata una sfida. E' stata la ragione di vita. Una sorta di precondizione per vivere. Ed è stata vita piena. Piena. Senza compromessi.
Davanti a 500 persone al centro culturale di Marano sul Panaro, l'altra sera Diemberger ha raccontato la sua vita di alpinista, himalaysta, esploratore. E ha scelto una parola che ne sintetizza il senso: glück.
"In tedesco questa parola significa sia felicità, sia fortuna. Non è come l'italiano, che ha bisogno di due parole". Una vita, la sua, in cui felicità e fortuna si sono intrecciate in continuazione, una vita spinta da un motore a cui non si può opporre resistenza: "Io volevo sapere. Non potevo fermarmi. Mai. Prendendomi dei rischi, certo. Ma senza il rischio non si va da nessuna parte, si rimane fermi. E io invece volevo sapere, andare avanti. Ad ogni costo".
Dei successi di Kurt Diemberger è stato detto tutto. E definirlo "leggenda vivente" non ha, per una volta, il sapore stucchevole della retorica a buon mercato.
Ma a me ha colpito il fronte degli insuccessi, dei fallimenti, delle disfatte. Perché è lì che si consolida il mito.
E, su questo piano, a Diemberger è toccato in sorte uno degli episodi più noti dell'epopea dell'himalaysmo, vale a dire la scomparsa di Hermann Buhl, altro mito epocale nell'ambiente.
Il 27 giugno 1957 di ritorno dal Chogolisa, nel Karakorum, dove i due ne avevano appena conquistato la vetta, Buhl precipitò dopo aver messo il piede in una cornice di neve. Il suo corpo non fu mai ritrovato e Diemberger finì al centro di assurde polemiche con l'accusa di essere in qualche modo responsabile della morte di Buhl. Accuse sempre respinte, ma che qualche anno più tardi si sarebbero ripresentate con lo stesso schema anche per Reinhold Messner, che il 29 giugno 1970 - rientrando con il fratello Gunther dalla vetta del Nanga Parbat - lo vide scomparire sotto una valanga di ghiaccio. Lo cercò per tre giorni, ma senza fortuna, respingendo poi per più di 30 anni l'accusa infamante di averlo sostanzialmente abbandonato lassù, vista la scarsa preparazione fisica, in una zona diversa da quella in cui sosteneva ci fosse stata la valanga.  Fino a quando, nel 2005, il ghiacciaio non ne restituì il corpo esattamente nel luogo che Reinhold Messner aveva sempre indicato.
Il disastro è dietro l'angolo, ma fa pare integrante di queste biografie fuori da ogni "mainstream", in un certo senso condannate ad assecondare la propria indole di dannati in cerca di conferme progressive del senso della vita.
E la sconfitta, in questo quadro, ci sta tutta. Non c'è cultura della vittoria, ma solo del percorso, che può anche avere nelle tragedie personali un elemento di crescita.

Proprio come insegna Reinhard Karl nel suo straordinario "Tempo per respirare", :

"Siamo rimasti in vita, ma è stata una sconfitta,
e le sconfitte bruciano. Ma in seguito
si vedono le montagne e il rapporto con esse
in una luce diversa. Perché forse una sconfitta
è altrettanto costruttiva quanto la paura.
Tempo per riflettere – tempo per respirare.”

sabato 4 febbraio 2017

Perché noi stavamo a giocare per strada, mica stavamo su Facebook.

Quelli  nella foto sono due campi da calcio. Sopra, quello di via Ferraris. Sotto, quello di via Pacinotti. Al posto dell'erba, l'asfalto. Al posto delle porte, due ringhiere. Ma in effetti cos'altro ci voleva? Per noi, che oggi abbiamo i capelli grigi (per chi ha ancora i capelli), questo bastava e avanzava. 
Noi, i bambini di via Ferraris, passavamo interi pomeriggi in quei 30 metri quadrati a tirare pallonate, a giocare 7 contro 7, a sbucciarci le ginocchia (perché l'asfalto è duro, non serviva Wikipedia a capirlo), a fuggire dopo aver spaccato i vetri dei vicini, a sperare di non forare il pallone quando cadeva tra i roseti dei giardini, a deformare la ringhiera a forza di gol, a darci gomitate che neanche il cartellino rosso sarebbe stato abbastanza. Sudando, esultando, correndo fino a rimanere senza fiato. Tutti i giorni, ignorando il caldo, il freddo, i richiami delle mamme dalle finestre perché era pronto il pranzo o la cena. Di fare i compiti, manco a parlarne. Le morose? Dio ce ne scampi. 
E se passava una macchina, ci si faceva da parte, però che palle, cosa ci faceva una macchina lì per strada proprio mentre giocavamo?
E i bambini di via Pacinotti, stessa cosa. Uguale.
E ci si stava veramente sulle palle, tra bambini di via Ferraris e via Pacinotti. E c'erano regole non scritte, ma accettate. Tipo che se si passava nella via dei "nemici" in bicicletta, il minimo che ci si dovesse aspettare era una pallonata, o un paio di sputi. E muti.
E dei genitori, a fare da giudici o tutori se finiva in rissa, manco l'ombra. E per fortuna, visto che chiamare la mamma o il papà era proprio da sfigati. Nessuno si lamentava. 
Anche la peggiore delle litigate per strada finiva in un niente, bastava il pallone a riportare tutto alla normalità.  Una normalità vera, che se sbagliavi un rigore i tuoi amici ti dicevano che eri un coglione, e tu sapevi che un po' era vero, ma finiva tutto lì, mica scomodavi l'introspezione per capire.
E se tua mamma ti dava un paio di sberle perché avevi strappato i pantaloni, andava bene così, mica avevi la visione di Caffo. 
E il derby tra via Ferraris e via Pacinotti - che si giocava pigiati che te lo raccomando - era una guerra vera e propria, con qualche calcio e un paio di pugni a compensare una tecnica che ciao, ma andava bene così. Che poi, vinto o perso, ero lo stesso, poi tutti in bicicletta a mangiare il gelato, che non si stava mica lì a postare le foto dei gol su Facebook. 
Perché noi stavamo a giocare per strada, mica stavamo su Facebook.


venerdì 27 gennaio 2017

Zerocalcare, raccontacela tu la Shoah


Non è proprio un appello nel Giorno della Memoria, ma credo che se Zerocalcare raccontasse la Shoah, la memoria - quella Memoria - almeno qui in Italia, non andrebbe perduta.
Lo hanno già fatto Art Spiegelman con Maus, la celeberrima e cupa graphic novel del 1989 in cui racconta la tragedia dell'Olocausto. E, da poco, anche Michel Kichka, con "La seconda generazione", dedicata ai figli dei sopravvissuti ai campi di sterminio. Per citare i più noti.

E' una forma, quella della graphic novel, che compete ad armi pari con la bibliografia tradizionale, vincendo a man bassa se guardiamo alla capacità divulgativa senza rinunciare al rispetto assoluto dell'autenticità storica. E che, soprattutto, ha infinite possibilità di trovare spazio negli smartphone dei nostri figli, prima ancora che nelle nostre librerie.

Su questo fronte, per citare altre esperienze, penso a Persepolis, la graphic novel di Marjane Satrapi, che ci ha portati nel cuore della quotidianità dell'Iran travolto dalla rivoluzione islamica con una delicatezza e una lucidità disarmanti. O allo straniamento - si fa per dire - scorrendo le pagine apocalittiche di "Fuga dal campo 14", in cui si narra la vicenda reale di Shin Dong-hyuk, l'unico uomo nato in un campo di prigionia della Corea del Nord che è riuscito a scappare all'età di 23 anni.

Zerocalcare, che sul piano della narrazione è un fenomeno che tiene insieme il registro dell'ironia con la solidità della narrazione storica, si è già misurato con la questione curda con Kobane Calling e, giusto un mese fa, con Groviglio, ulteriori 12 pagine sulla stessa questione, ospitate su Repubblica. 
Si ride, ma soprattutto ci si informa, si capisce. In altre parole, si fa memoria. 
Il talento di Zerocalcare, per un obiettivo narrativo come quello della Shoah, sarebbe perfetto. Perfetto.

E non è vero che non ci si può scherzare. Non penso a Moni Ovadia o alla lunga tradizione dell'umorismo ebraico, o a Woody Allen, solo per nominare i più noti. Penso a Benigni. Ce lo ha fatto vedere lui, con La vita è bella, che sulla tragedia dei campi di sterminio si poteva fare memoria collettiva utilizzando - per la prima volta con eco mondiale - il tono dell'ironia.
Certo, ci aiutava una certa nostra opinione sui tedeschi dell'epoca. 
Tanto che - questo stesso fronte - già Totò, nei "I due Colonnelli", aveva rispedito al mittente l'intollerabile teutonica precisione nel rispettare gli ordini del maggiore Kruger e la sua "Ma io ho la carta bianca!", con l'indimenticabile "E ci si pulisca il culo".  
Che non era una graphic novel, ma andava benissimo lo stesso.

lunedì 2 gennaio 2017

La gara di torte in faccia ai negri

"Ma quindi su Internet chiunque potrà scrivere quel che gli pare anche se sono delle balle colossali? E se la gente poi ci crede?".

Te la ricordi, Fabrizio de Gennaro, quella domanda che ci eravamo fatti a tavola, una sera di 22 anni fa, giovani smanettoni per una tecnologia che stava appena muovendo i primi passi?

Ci stupiva, già allora, l'idea di un campo libero da ogni tipo di regola e ci eravamo chiesti cosa ci saremmo dovuti aspettare, inconsapevoli che un ventennio più tardi parole come fake-news, clickbaiting, post-verità  ecc ecc sarebbero state il pane quotidiano del dibattito sull'evoluzione dell'informazione in rete.

Quella domanda era diventata uno scherzo, così per provare. Ci eravamo inventati una cosa talmente grossolana, che - secondo noi - proprio solo i tonti ci sarebbero potuti cadere. Ci interessava buttare l'amo, raccontare una balla e vedere quanta gente ci sarebbe cascata.

Internet non esisteva nella forma di oggi, c'erano la BBS (Bulletin Board System), ma insomma, erano le prime comunità digitali, l'embrione della rete, e servivano perfettamente allo scopo.

Non eravamo andati per il sottile, proprio per capire fino a che punto la rete traboccasse già allora di gonzi e boccaloni, e il titolo del post era talmente urlato che nessuno - tranne forse i lettori di Libero (che però allora non esisteva) - lo avrebbe potuto trovare normale: "Gara di tiro di torte in faccia ai negri".

Il testo pubblicato diceva:

"All'inizio di luglio si terrà a Modena una manifestazione allucinante, si tratta del tiro al negro. Al posto del classico pupazzo saranno alcuni extracomunitari a ricevere le torte in faccia. Si tratta di giovani immigrati che si sono prestati a questa umiliazione per arrotondare le loro magre entrate. Sembra che l'iniziativa avrà luogo in piazza Matteotti e sarà organizzata dall'associazione Giovani Revisionisti, che organizza seminari sulle differenze razziali. L'incasso servirà a finanziare progetti dell'associazione stessa, 3 tiri 10mila lire (5 euro, ndr), salvo una quota - mille lire a torta ricevuta in faccia - che sarà destinata ai bersagli. Diteci cosa ne pensate, anche solo in poche parole". 


Avevano risposto una settantina di persone, un numero esorbitante per l'epoca, tutte scandalizzate. Solo un paio avevano capito che era una presa in giro. La sostanza è che tutti se l'erano bevuta. E che una balla era diventata una verità. E che quelli che noi pensavamo fossero tonti, gonzi ecc ecc, erano in realtà persone normali a cui era stata venduta una notizia "come se". Come se fosse vera. E lì c'è poco da fare.

C'erano infatti tutti gli elementi necessari a rendere, se non vera, almeno verosimile la vicenda, che è esattamente il filo sottile su cui camminano e cadono miliardi di navigatori sul web, costituendo di fatto l'alveo naturale per le verità relative.

Nel nostro caso c'era la questione degli immigrati, c'era la spavalderia di una destra che - pur in un modo umiliante per gli extracomunitari - provava a ripulirsi la coscienza, c'era l'elemento dell'accettazione da parte degli immigrati. C'era il disprezzo di quel termine - "negro" - che rendeva credibile il tono muscolare della xenofobia che si traveste da organizzatrice di eventi.

In sostanza, la classica bufala che indossa il soprabito elegante della notizia.
Se ne era occupata Rai3, ricordì? Con quel servizio in cui fingevano un'incursione nella finta sede modenese dei Giovani Revisionisti. E il Manifesto il 29 giugno 1995 ci aveva dedicato un'intera pagina, con uno dei loro titoli - "Giochi di rete" - con l'illustrazione di Libertini. Io e te, uniti nella provocazione, avevamo idee diverse. Tu eri per la totale deregulation della rete. Io, notoriamente più noioso e paraculo, un paio di argini invece li avrei visti bene, più che altro per evitare l'esondazione della merda digitale.

La penna del Manifesto era quella di Daniele Barbieri, che nell'articolo, rivolto agli autori della provocazione (cioè noi) scriveva: "Si potrebbe loro obiettare che una rete telematica mondiale è per sua natura incontrollabile e che può essere controproducente lanciare questo genere di provocazioni dato che deliri variamente razzisti (o anti-gay) circolano già; e non per scherzo".

Da allora l'unica cosa che è cambiata è che,a quelli razzisti, si sono sommati milioni di altri tipi di deliri. E che, sì, per sua natura - come avevamo constatato con la storia delle torte - il web è per sua natura incontrollabile. 

mercoledì 21 dicembre 2016

Michele Massari: un Piccolo Cafè, una smisurata modestia.

Michele Massari, il papà del Piccolo Cafè di New York, mi manda un messaggio su whatsapp per dirmi che sul Corriere della Sera c'è una sua foto in cui indossa la stessa t-shirt che indossava un mese fa quando ci siamo conosciuti a New York allo store della Ducati, a Tribeca, in occasione di un evento dedicato a Bologna.
In effetti è proprio la stessa t-shirt.
Se non sapete cosa sia quel disegno, ve lo dico io: è roast-beef.
Ma non è un roast-beef qualunque.
La storia di quel roast-beef la racconta Michele al Corriere della Sera così:

"Un giorno ricevo una lettera che mi informa dell’ennesimo aumento dell’affitto dei locali dei miei ristoranti. Meditavo su come affrontare il problema cucinando un roast-beef , l’ho fotografato. Da qui è nata l’idea di far imprimere le immagini del nostro lavoro su delle t-shirt".

Un'idea che, da quel momento, è diventata un nuovo business, una linea di t-shirt - #BolognaNY - ispirata alla cucina. E, a ruota, anche canotte, tessuti, fodere per giacche. Che adesso vanno a ruba nella Grande Mela, oltre che online.

La cosa che più mi lascia sbigottito è la modestia di Michele, che mi scrive:

"visto che la indosso nella foto che ci siamo fatti assieme... condivido con infinita gioia e orgoglio, quello che per me era solo una enorme forma di espressione e esercizio creativo, sono felicissimo che piaccia e che abbia trovato spazio sul Corriere della Sera edizione Nazionale sezione Moda, che sogno!!"

Michele che considera un sogno avere avuto spazio sul Corriere della Sera edizione Nazionale sezione Moda.

Lui che  ha lasciato l'Italia per seguire un sogno.

Che nel 2009 è partito con uno stand di 1 metro quadrato (un metro quadrato, si) a Union Square per servire caffè espresso e cappuccini insieme all'inseparabile socio e compagno di avventura, Alberto Ghezzi.

Che nel giro di sette anni è passato da uno stand di un metro quadro da dividere in due persone, a una superpotenza con 60 dipendenti e quattro punti vendita a New York, meta di migliaia di clienti tutti i giorni.

Che ha allargato il raggio di impresa a catering, editoria, moda.

Che è diventato un punto di riferimento negli USA.

Che tra i suo clienti ha aziende come Google e Facebook.

Che ai tavolini dei suoi bar siedono Susan Sarandon, Uma Thurman e Al Pacino (per citarne solo alcuni)

Ecco.
Quando si dice la modestia, che è solo dei grandi, quella è di Michele Massari e di Alberto Ghezzi.

E del loro straordinario Piccolo Cafè.




sabato 17 dicembre 2016

La normalità della mafia


 
Vietato entrare alle teste di cazzo.
E' solo un adesivo appiccicato a una porta, ma si fa notare.
E' all'interno di un capannone a Calendasco, in provincia di Piacenza, confiscato alla mafia e consegnato al Comune.
Ci sono stato stamattina. Uno di quei luoghi sospesi nel tempo.
Tutto cristallizzato, il tempo fermo al momento in cui quel luogo è passato di mano, pochi anni fa.
Dall'illegalità, al Comune.
Che ne farà un magazzino per gli attrezzi comunali. E che lo ha già utilizzato coinvolgendo le scuole, in collaborazione con Libera.
Tra le pieghe di questo tempo immobile, un viaggio fotografico nella normalità della mafia.
Perché è questo il vero pericolo.



























giovedì 8 dicembre 2016

Da fuori sembrava così. [L'irrintracciabile laica vocazione del giornalismo]

Questo mio post è mortalmente noioso, da travet della comunicazione.
Davvero solo un tentativo di parziale illuminazione a occhio di bue su un dettaglio infinitesimale - ma importante, per me - che riguarda il tema della comunicazione. Solo per avvisarvi nel caso vogliate leggerlo, ecco.
E, seconda excusatio non petita in due righe, non è un peana a favore di Renzi.
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Matteo Renzi, chiudendo il discorso in cui ha annunciato le dimissioni dopo la vittoria del No, ha riservato le ultime parole ai giornalisti. Queste:

"Vi chiedo, nell'ora della post-verità, nell'era in cui in tanti nascondono quella che è la realtà dei fatti, di essere fedeli e degni  interpreti della missione importante che anche voi avete per il vostro Paese e direi per la vostra laica vocazione".

E' un appello intriso di sarcasmo dolente, dai toni amarissimi, diretto a una categoria - quella del giornalismo - con cui la politica, ma più nel dettaglio l'amministrazione pubblica, ha sempre avuto un rapporto tormentato, complicatissimo, tortuoso, diciamo così.
Sullo sfondo, o piuttosto in primo piano, il tema della laicità del giornalismo. Una laicità declinata qui al piano professionale, ma che possiamo provare a proiettare al Paese intero.

Nelle parole di Renzi c'è, evidentemente, l'idea che una quota della narrazione dell'azione di governo - da parte dei media - non sia stata aderente alla realtà delle cose. Con il conseguente tradimento di quella "laica vocazione" che dovrebbe costituire il presupposto della professione.

Prendo ad esempio Renzi solo perché è stato lui a mettere sul tavolo questi elementi. Ma il discorso è del tutto indipendente da lui e da chiunque altro. Ha a che vedere con il giornalismo, la comunicazione, la politica. Fine.

[mozione d'ordine (si dice così mi pare): evitate già a questo punto repliche del tipo "si ma il governo racconta balle", "senti chi parla, proprio la politica che dovrebbe dare l'esempio" ecc ecc. Vorrei veramente mettere a fuoco solo questo aspetto. Poi del resto ne parleremo. Fine della mozione d'ordine]

Sulla natura dello storytelling renziano si è detto molto, ma qui proverei a tenere l'attenzione su un piano più pratico, davvero banalmente pratico credetemi,  lontano da dietrologie et similia. Banalmente sdraiato sulla quotidianità di chi si occupa di giornalismo e comunicazione pubblica. Proprio lì dove nascono le cose, dove i fatti che diventeranno grandi hanno la dimensione iniziale del primo passo, di una cosa ancora amorfa.

Quel che ho visto in 25 anni di lavoro, avendo avuto la possibilità di esperienze professionali su entrambi i fronti - sia nelle redazioni dei giornali, sia negli uffici stampa pubblici, sino all'attuale incarico - è che sono due mondi che usano codici diversi e che proprio - anche in buonafede - non riescono a comunicare.
Anche in buonafede, si. Non spesso, ad onor del vero.
Un aspetto sempre più evidente, quello dell'incomunicabilità,  da quando anche i muri hanno capito che, nel comunicare, conta l'empatia, mica l'ideologia (per fortuna, in un certo senso. Ma con un corollario di conseguenze che, ciao).
E quindi, obbligo di empatia. Con tutti i rischi di sciatteria e "disinformazione per approssimazione e superficialità" annessi.

In questa incomunicabilità, però, ci perdiamo tutti (tranne il populismo che si nutre di informazioni approssimative e ne esce ogni volta sazio, rifocillato).

Sento già il fragore dei vaffa che mi arriveranno, ma la vorrei spiegare con un esempio quasi fisico di ciò che succede quando si lavora in un ente pubblico e ci si occupa di comunicazione, nel momento in cui si costruisce la comunicazione per raccontare ai cittadini un risultato.

La prima scelta è "cosa" comunicare. Su cento cose fatte, si riesce a dare notizia di un decimo. E forse abbondo nella stima.

L'ente pubblico - dal governo centrale sino all'ultima delle commissioni consiliari di un comune - decide di dare notizia di un risultato: un finanziamento, un bando, una legge, un investimento, un progetto. In altri termini, intende dare conto ai cittadini di come risponde al loro mandato. In ultima istanza, di come si spendono i loro soldi. I nostri soldi. I soldi di tutti noi.

Anche il più piccolo dei provvedimenti spesso ha un grado di complessità non proponibile nel circuito dei media generalisti, che devono rispondere ai rispettivi target. Alle loro proprietà, potremmo dire, per dire già qualcosa a proposito della laicità del mestiere.

Nel comunicare ogni risultato, quindi, si sceglie inevitabilmente di ridurne giocoforza la complessità, confezionando la comunicazione già ad uso e consumo dei media con pochi elementi facilmente divulgabili, mantenendo nella narrazione la sostanza del provvedimento.
A questo punto del percorso, tocca ai media, sta a loro.
I media digeriscono queste informazioni passandole tra i filtri dei rispettivi criteri redazionali, lunghezze dei servizi tv, titoli sui giornali ecc, oltre che (o soprattutto per)  i rispettivi riferimenti politici e culturali, arrivando quindi al lettore finale con contenuti che in questa filiera perdono quasi completamente la sostanza originale.
E' una filiera asfissiata progressivamente dall'assenza in campo della laicità dei media, spazzata via dal combinato disposto della ricerca dell'empatia (quanti danni, quanti) e della faticosa corrispondenza ai desiderata dell'editore, portando all'esito di un proliferare di pulpiti che manco nell'enciclopedia delle religioni.
Eppure la laicità sarebbe dietro l'angolo. E non si dovrebbe per forza risolvere nella neutralità, no.
Sarebbe sufficiente - anzi, benvenuta - una dichiarazione di appartenenza. Manifesta. Che si fa pulpito, ma almeno lo dice.
Proprio così, basterebbe una laicità intesa come trasparenza di appartenenza. Una contraddizione in termini, lo so. Un'antinomia paradossale. Ma sempre meglio di niente.
Così, in un Paese che laico non potrà mai essere, almeno un terreno - quello del giornalismo - meriterebbe maggiore cura, diciamo così, evitando la trita pièce di una neutralità od oggettività mai tali.

In questa filiera torbida, la narrazione super partes affoga.

Ci perdono tutti, proprio tutti, perché in una narrazione strumentale (sia nel bene che nel male, sia chiaro, distorcendo la realtà ad uso e consumo sia di supporter che di haters) salta l'appuntamento finale, e cioè la narrazione "oggettiva" di come l'ente pubblico spende i nostri soldi, riservando ai cittadini una verità parziale, spesso distorta.
E considerando che proprio a proposito dell'informazione, Papa Francesco spiega che "la gente ha la tendenza alla malattia della coprofagia" (in sostanza a mangiare la merda, per dirla come va detta), quanto più basso è il livello dell'informazione, tanta più gente avrà la tentazione di sedersi a tavola per un lauto pasto.

Non parlo di propaganda.
Qui non si intende che il giornalismo debba essere piegato alla politica e ai capricci degli amministratori pubblici. Di Minculpop ce n'è stato già uno, e i danni si sentono ancora a quasi un secolo di distanza.
Basterebbe solo la chiarezza delle squadre in campo.

L'anno scorso ho incontrato un collega che per 30 anni ha lavorato in uno dei principali network televisivi del Paese. Personaggio noto insomma. Che poi ha accettato un incarico nell'ambito della comunicazione pubblica. Come direbbero i più cinici, "è passato dall'altra parte".

Quando ci siamo incontrati, gli ho detto scherzando: "Ti sei accorto che per 30 anni non avevi capito un cazzo? Che non ci sono dietrologie, complotti e tutte le altre cazzate che hai detto in tv per tre decenni"?
Non ha neanche tentato di ridere, mi ha guardato con uno sguardo un po' perso e una mano appoggiata alla scrivania e mi ha detto: "Non ne avevo idea. Eppure da fuori sembrava così".

Appunto.
Da fuori.
Sembrava.
La laica vocazione.