lunedì 12 febbraio 2018

Siamo davvero tutti "Impalare Cécile Kyenge"?



"Impalarla è il minimo che si può fare".
Loretta Giuliani, simpatizzante della Lega Nord con tanto di foto di Salvini sulla propria pagina Facebook, augura questa pratica così poco gradevole - si fa per dire - a Cécile Kyenge, presente due giorni fa a Macerata alla manifestazione antifascista.
Perché glielo augura? Perché, nel corteo, un gruppo di decerebrati ha urlato lo slogan "Ma che belle son le foibe da Trieste in giù!"
Dunque, la regola è questa: a una terrificante idiozia si risponde con una terrificante idiozia.
Due idiozie -  non vorrei sembrare didascalico, ma correrò il rischio -  il cui trait-d'union è l'augurio della morte. Possibilmente da lenta e dolorosa agonia.
E' vero, nessuna novità. I social sono una fogna.
A me, però, pare che rassegnarsi all'idea che queste cose siano normali sia, semplicemente, ingiusto.
Ingiusto per noi stessi: come persone, come cittadini, come Paese.
A quale livello si abbassa, giorno dopo giorno l'asticella delle cose che consideriamo accettabili, normali?
Lo so che è fuori moda, che ci si sente uomini dell'Otttocento a fare appello alla morale, all'etica.
Ma io non mi vergogno, il richiamo all'etica nei rapporti di convivenza civile e nel dibattito politico  è un tassello fondamentale. Anche perchè il contrario, cioè accettare tutto questo, avvalla passo dopo passo l'imbarbarimento. E, dopo, c'è solo l'abisso.

Come dice Nanni Moretti, le parole sono importanti.
E se dell'infoibamento, azione disumana, sappiamo già tutto,  probabilmente dell'impalamento sappiamo poco. E allora, rispetto a questa pratica che viene augurata alla Kyenge, forse vale la pena rinfrescare la memoria, prima di spenderla come elemento di dibattito pubblico.

"Il suppliziato veniva completamente denudato e costretto a sdraiarsi con il ventre a terra. Dai due aiutanti del boia gli venivano legate le mani dietro la schiena e assicurata una corda a ciascuna caviglia, in maniera tale che, tirando le funi, le gambe si divaricassero, agevolando in tal modo il carnefice a individuare l'orifizio anale o vaginale per l'introduzione della punta del palo. Il lungo palo di legno era largo alla base e molto sottile in cima, dove era rivestito da una punta metallica smussata; veniva appoggiato su due tozzi cilindri di legno, che servivano da rulli per farlo scorrere nel punto di inserimento. Affinché entrasse con facilità nel corpo del condannato, la punta veniva spalmata di grasso animale, olio o miele.

Il punto di entrata poteva essere l'ano, la vagina oppure una parte bassa dell'addome. Dopo aver introdotto la punta del palo, questo veniva spinto subito all'interno del corpo del suppliziato, penetrando rapidamente di alcuni centimetri. La progressiva introduzione del palo nel ventre del condannato avveniva per opera del boia per mezzo di ripetuti colpi, dati con un pesante mazzuolo all'estremità più grossa del palo. Grazie a un'adeguata abilità dovuta all'esperienza il carnefice era in grado di guidare i due inservienti su come tirare le funi legate alle caviglie, in modo da mantenere il corpo del condannato nella posizione voluta, durante gli inevitabili sussulti e contorcimenti, per far sì di non ledere organi vitali allo scopo di prolungarne al massimo l'agonia.

Sopra la scapola destra gli si formava una protuberanza che il carnefice incideva a croce. Ancora qualche colpo leggero e spuntava la cima del palo rivestita di metallo, restava soltanto da spingerlo finché fosse all'altezza della guancia. Per ultimo, gli venivano legati i piedi al palo in modo che non scivolasse in basso, e a volte il corpo del condannato veniva ricoperto di miele o altre sostanze dolci, in modo da attirare ogni tipo di insetto e aumentare ancor di più la sofferenza del condannato, costretto così a subire anche il tormento delle punture e il fastidio causato dagli insetti.

Se il fegato, i polmoni e il cuore erano rimasti integri, il condannato era vivo e cosciente. Servendosi di corde gli assistenti del carnefice issavano il palo, in modo che l'estremità più larga si conficcasse in una buca scavata nel terreno, poi lo rinsaldavano con cunei di legno. La morte sarebbe arrivata molti giorni dopo".


venerdì 26 gennaio 2018

José Mourinho, Árpád Weisz, Auschwitz e l'aria che tira


José Mourinho, allenatore del Manchester United, è stato ucciso oggi nel campo di concentramento in cui era prigioniero da circa un anno e mezzo. Due anni fa la stessa sorte era toccata alla moglie, Matilde Faria, e ai tre figli della coppia.

Non è vero, naturalmente.

Ma 74 anni fa, questa cosa che tutti noi oggi riterremmo impossibile - e cioè che un personaggio pubblico osannato, uno sportivo pluridecorato potesse essere arrestato, deportato e ucciso, dopo lo sterminio della sua famiglia - toccò in sorte ad Auschwitz ad Árpád Weisz, celebratissimo allenatore ungherese di origine ebraica, che aveva portato allo scudetto prima l'Ambrosiana (l'Inter) e poi, per due volte, il Bologna.

L'impossibile, insomma, è stato possibile.

E a niente era servita la fama, se a qualcuno potesse venire in mente che in qualche modo avrebbe potuto fare da scudo rispetto alla sorte toccata a milioni di altre vittime "anonime".
Nè a lui nè a tantissimi altri personaggi famosi.
Già, perché in quell'epoca era scontato che fosse così. Sei ebreo, tanto basta per aprirti le porte del lager. Ma anche zingari, omosessuali, intellettuali, qualunque cosa si frapponesse tra il delirio e il sogno della razza pura.

L'aria che tira, oggi, è quella paludata e silenziosa dello sdoganamento della peggior destra, quella che ciancia all'aria di "razza bianca" da proteggere, di rigurgiti neonazisti incubati nei social e legittimati nelle comparsate nelle strade e nei programmi tv, di Forza Nuova che raccoglie firme nelle piazze dedicate ai martiri della Resistenza, di braccia tese per esultare dopo il gol, di partiti dichiaratamente neonazisti e neofascisti avallati dal voto, di irruzioni squadriste, di liste di giornalisti ritenuti scomodi e da mettere (per ora) alla gogna.

E di un becero pot-pourri in cui - anche di fronte alla crisi di rappresentanza dei partiti - si mescolano rivendicazioni di mondi puri, di muri, di movimenti che alzano la testa sentendosi forti e pronti ad individuare un nemico, preferibilmente gli immigrati, ma con un ventaglio talmente ampio da poterci inserire chiunque (gay, la sinistra, le banche, i politici, i vicini di casa rumorosi, i tifosi della squadra avversaria, gli hipster, i vegani, le cavallette!) seguendo l'imperante logica degli haters che trasforma gli avversari in nemici da annientare. Un esercito di avversari su cui riversare le colpe, tutte, di una crisi economica che morde.

Un piano inclinato in cui scivolano lentamente, ma inesorabilmente, parole d'ordine che poco alla volta si accasano all'interno della routine del dibattito politico, che si irrobustiscono di giorno in giorno, in un contesto di sciatta ignoranza e di infida indifferenza, che non fa che confermare quel che George Santayana disse a proposito di Auschwitz: "Chi non sa ricordare il passato è condannato a ripeterlo".

Per chi voglia rinfrescare la memoria, suggerisco una visita al Museo Ebraico di Bologna, dove - fino al 18 marzo - si può visitare la mostra "Arpad WEISZ dal successo alla tragedia".

giovedì 18 gennaio 2018

Allora?


Non vedevo Stefano da qualche mese. L'ultima volta, ma vado a memoria, è stato qualche mese fa in una via del centro. Un saluto affettuoso, due chiacchiere, un abbraccio. Nessun cenno alla malattia, non ne sapevo niente. E oggi leggo che se n'è andato.
Stefano Girolamo è stato il mio barbiere per circa 20 anni.
Nel 1991, fresco di laurea e con il portafogli quasi vuoto, vagavo per il centro di Modena - dove mi ero appena trasferito - alla ricerca di un barbiere. Unico obiettivo: spendere meno soldi possibile.
Il criterio che mi ero dato, un po' naif - ne convengo - era individuare la vetrina meno attraente. Pensavo, sbagliando, che valesse l'equazione vetrina poco appariscente = tariffa più conveniente.
E così, in Corso Canalgrande, quella vetrina del salone di Massimo e Stefano mi era sembrata perfetta. Luci basse, un minuscolo cartello con gli orari. Nient'altro. E, una volta entrato, la mia sensazione si era addirittura irrobustita: un divanetto e due sedie per i clienti, i giornali con i faccioni dei vip, 20 metri quadrati in tutto, o giù di lì. Non c'era nessuno, quindi era arrivato subito il mio turno e mi ero accomodato alla poltrona di Stefano.
Naturalmente avevo visto subito che le tariffe erano identiche a qualunque altro salone (e qui ha sempre ragione Guccini quando canta "A 20 anni si è stupidi davvero"). Ma non era stato quello a colpirmi. 
Se dovessi usare un'immagine a costo di sembrare retorico, potrei dire che mi ero subito sentito come fossi a casa mia. Io e Stefano avevamo chiacchierato del più e del meno, gli avevo detto che avevo iniziato da qualche settimana a collaborare con la Gazzetta di Modena e che il mio sogno era di diventare un giornalista d'inchiesta. 
A quel punto lui, senza dire una parola, si era spostato verso lo specchio e, con le forbici, mi aveva indicato una piccola cassettina marrone con un gancio che la chiudeva.
"Sai cos'è"? - mi aveva chiesto.
"Non ne ho idea". Come potevo?
E, in un minuto, mi aveva aperto un universo da raccontare: quella era la cassetta che conteneva pennello da barba, forbici e rasoio con cui lui, Massimo e - prima di loro, il padre di Massimo - per 30 anni,  tutte le mattine, erano andati nella casa di Enzo Ferrari per il taglio mattutino.
Cercavo la vetrina meno appariscente ed ero entrato nel salone dei barbieri del Drake. 
Nel mio ingenuo (ma certamente trasparente) animo di giovane cronista, era esplosa una curiosità incontenibile. E così, nel giro di pochi giorni, quella chiacchierata era diventata una pagina sulla Gazzetta di Modena. Ricordo ancora il titolo (che non avevo fatto io, ma questa è un'altra storia): "IL CAPELLO DEL DRAKE", in cui raccontavo questa magnifica storia di eccellenza racchiusa lì sotto i portici.
Stefano e Massimo avevano messo in cornice la pagina. Ed era stata la prima di tante, perché poi - con un effetto moltiplicatore - la curiosità su questa cosa aveva contagiato tanti giornalisti (anche da Usa e Giappone) che, con una continuità regolare, negli anni avevano continuato a presentarsi alla porta del salone per poterla raccontare.
Stefano godeva da sempre in cuor suo dell'esperienza di aver tagliato per anni i capelli al Drake, senza bisogno di raccontarlo a destra e a manca. E gli bastava questa sensazione, non era certo cambiato per quella piccola quota di celebrità cittadina che poco alla volta aveva illuminato la scena del loro salone. Un salone, tra l'altro, che poi avevo scoperto essere punto di riferimento per un sacco di amici che lo frequentavano, a cominciare da Sebastiano Colombini, compagno di bisbocce e di lavoro alla Gazzetta.
A me questo piaceva di Stefano: la semplicità. Mi piacevano le chiacchiere non forzate. Mi piaceva quel suo modo in cui, quando - sigaretta in bocca (allora si poteva) - mi sistemava la mantella intorno al collo e mi chiedeva: "Allora?".
Tutto qui: Allora?
Mentre mi tagliava i capelli, senza dire niente si allontanava nel retrobottega, accendeva una sigaretta e dava due tiri. Poi tornava alla postazione e ricominciava, facendo avanti e indietro per finire la sigaretta.
Con qualche eccezione di non poco conto, come quella volta - che ancora rido - in cui aveva appoggiato le forbici davanti allo specchio, mi aveva detto "Scusa un attimo", si era infilato la giacca ed era uscito, per rientrare dopo quasi 20 minuti, ripresentarsi alle mie spalle e chiedermi semplicemente "accorcio ancora un pochino o va bene così"?
Quando non ne aveva voglia, mi chiedeva "Allora"? senza poi rispondere alle cose che gli raccontavo. Che era esattamente ciò che si si aspetta da un amico, la tranquillità di non sentirsi obbligati a dire o fare niente di forzato. Anche se poi, alla fine del taglio, mi chiedeva sempre: "Caffè?". E attraversavamo la strada per raggiungere il bar, raccontarci ancora piccole cose, e salutarci. Alla prossima,ciao, ciao.

martedì 12 dicembre 2017

Micaela e il veleno dei ricordi

La bambina sul letto d'ospedale sulla sinistra è Micaela Coletti a 12 anni, che riceve la visita della principessa Titti di Savoia.
Quella sulla destra è sempre lei, oggi, a Longarone, dove vive da quando è nata.
La sua storia mi è tornata in mente qualche giorno fa dopo aver ascoltato "Veleno", lo straordinario  podcast di sette puntate su Repubblica.it che racconta la vicenda di 16 bambini della bassa modenese, sottratti per sempre 20 anni fa alle loro famiglie in seguito alle accuse mosse dagli stessi bambini ai loro genitori di essere dei pedofili satanisti e, per questi motivi, incarcerati per anni.
Un'inchiesta drammatica, basata su una serie di racconti dei bambini che, in seguito, si sono rivelati completamente falsi. Non c'erano mai stati riti satanici, sgozzamenti di animali, infanticidi e altri riti.
Alla base di tutto c'era quello che viene tecnicamente chiamato il "falso ricordo".
Così Pablo Trincia, autore dell'inchiesta, sintetizza:

"Gli psicologi studiano questo fenomeno da anni per stanare la grande "bestia nera" della nostra memoria: il falso ricordo. Un ricordo non è mai una fotografia precisa del passato, è più simile ad un disegno fatto da noi. Il ricordo infatti è plasmato dalla nostra visione del mondo, dalle nostre esperienze passate, dal momento che stiamo vivendo e dall'immaginazione, che può contaminarlo. A volte solo nei dettagli, ma altre in maniera talmente radicale da creare memorie di eventi che non abbiamo mai vissuto".

Nell'episodio 5 dell'inchiesta, uno dei bambini, oggi 30enne, si dice certo di non aver mai parlato all'epoca ai giudici di omicidi, abusi, pratiche sataniche ecc. E, di fronte al video di 20 anni fa che gli fanno rivedere e che lo ritrae mentre accusa i genitori, rimane sbigottito perché non ricordava affatto di aver detto niente del genere.
All'epoca ne era invece talmente sicuro al punto da inchiodare i genitori con accuse che li avrebbero portati in carcere. Ma era tutto inventato. Inventato, ma assolutamente necessario da inventare per sostenere la pressione degli interrogatori a cui lui e i suoi piccoli coetanei erano sottoposti da parte dei giudici e degli assistenti sociali. Oggi ha cancellato tutto, anche se in realtà non c'era niente da cancellare, perchè era tutto finto.

E qui arriva, per assonanza - anche se parliamo di cose completamente diverse - la vicenda di Micaela Coletti.
La notte del 9 ottobre 1963 l'onda del Vajont spazzò via anche la sua casa. Lei fu scaraventata a 400 metri di distanza. Venne trovata la mattina successiva completamente sepolta dal fango, tranne una mano che si muoveva e che spinse i soccorritori ad avere particolare cautela nell'estrarla e salvarle la vita.
Quando aprì gli occhi e vide il nulla intorno a sè - il paese polverizzato, i parenti scomparsi - si innescò immediatamente un meccanismo di difesa che la portò a pensare di essere dentro a un sogno: "Pensavo di sognare - mi ha raccontato qualche anno fa Micaela - Tutto ciò che vedevo intorno era talmente irreale che per forza stavo sognando".
Un meccanismo di difesa talmente potente da farle sostituire la realtà con un'altra narrazione completamente distorta, ma che in qualche modo aveva il potere di sedare l'ansia e il dolore.
Non era un "falso ricordo" come per i bambini di cui abbiamo parlato prima, ma il meccanismo è simile, anche se speculare: un finto presente. Un finto presente, distorto, per accomodare le cose.
Micaela aveva 12 anni quando ha iniziato a pensare di vivere dentro un sogno.
Riuscite a immaginare quanto può durare una situazione così?
Ve lo dico io: 6 anni.
Micaela ha pensato di vivere dentro un sogno per 6 anni.
Una vita sospesa.
A 18 anni, dopo essersi sposata, è rimasta incinta. Ma ha perso la bimba al quinto mese di gravidanza, esattamente in occasione del sesto anniversario dell'onda.
"Solo in quel momento esatto mi sono svegliata. E' stato come prendere improvvisamente coscienza in un attimo che tutto ciò che per anni scambiavo per un sogno era invece assolutamente reale".
E, da lì, una seconda vita. Tutta in salita, ma vera.




martedì 28 novembre 2017

La Cina che ho visto, tra Blade Runner e tradizione.

Shanghai Exhibition Centre. L'edificio, fino al 1980, con i suoi  110 metri scarsi, era il più alto di tutta la città. Oggi è un nanerottolo che scompare sommerso in un oceano di grattacieli in cui vivono gli oltre 24 milioni di abitanti della megalopoli.
Un'imbarcazione lungo lo Zhujing River a Canton
Una veduta di Canton (Guangzhou)



Canton - Un negozio nei pressi di Shamian Street, Canton

Canton

Canton - Nel traffico caotico della metropoli è facile imbattersi in mezzi come questi che trasportano materiale di ogni tipo

I palazzi di Canton danno l'idea dell'iperaffollamento. Veri e propri alveari urbani.

Canton - Lo skyline sullo sfondo, in primo piano un centro commerciale

Lungo la strada che ci conduce all'aeroporto, falce e martello troneggiano. .

Aeroporto di Canton

Tradizione e modernità all'Exhibition Centre di Shanghai

Interni dello Shanghai Exhibition Center, palazzo donato da Stalin alla città di Shanghai, liberty sovietico. 

Shanghai Exhibition Center - Fotografi al Salone del Mobile
Shanghai Exhibition Center 


L'atmosfera di Blade Runner del Pudong, lo spettacolare e futuristico skyline di Shanghai. L'edificio sulla destra, la Shanghai Tower, è alta 632 metri, ha 128 piani ed è il grattacielo più alto della Cina ed il terzo più alto al mondo.

Shanghai. L’edificio in Xingye Lu che nel 1921 ha ospitato, in gran segreto, il Primo Congresso del Partito Comunista Cinese.

Shanghai - Il quartiere della Concessione Francese. La Concessione francese fu una delle principali enclave europee di Shanghai dalla metà del XIX secolo fino a poco prima della Seconda Guerra Mondiale. Oggi il quartiere è di nuovo il luogo preferito dagli emigranti che vivono a Shanghai. 

Shanghai. I motorini a Shanghai sono tutti elettrici. La municipalità di Shanghai, per limitare le emissioni inquinanti, disincentiva l'utilizzo delle moto di grossa cilindrata al punto che la semplice immatricolazione ha un costo che si aggira sui 40mila euro

Shanghai - Alveari urbani nella zona nord ovest

Shanghai - Alveari urbani nella zona nord ovest

Shanghai - Dietro le costruzioni popolari, svettano i palazzi più recenti
Pechino, periferia.

Pechino. La sede di AQSIQ. AQSIQ è un organo amministrativo ministeriale direttamente sotto il Consiglio di Stato della Repubblica popolare cinese responsabile della qualità nazionale, la metrologia, controllo delle materie prime di entrata-uscita, entrata-uscita di quarantena sanitaria, entrata-uscita di animali e piante quarantena, import-export di sicurezza alimentare , certificazione e accreditamento, standardizzazione, nonché amministrativo forze dell’ordine.

Pechino - Un militare all'ingresso della sede della AQSIQ

Un raro cielo azzurro sopra Pechino. È così perché c'è un vento molto freddo, ma non gelido. È un vento che nasce in Siberia, attraversa senza ostacoli le pianure sconfinate della Mongolia e infine investe la capitale. Che, ogni tanto, può respirare.

Pechino - La sede dell'Ambasciata d'Italia in Cina

Pechino - Un telefono pubblico all'interno di un hotel

Pechino 

Pechino

Pechino - Lo Yonghe Gong (Convento dei lama) è un monastero buddhista.  Fu costruito nel 1694 per ordine dell'imperatore Kangxi, come testimonianza della devozione tipica della sua Casa per il Buddhismo tibetano, e dell'attenzione che il Celeste Impero nutriva per il Tibet, da poco incorporato nella sua signoria, e per i mongoli, anch'essi seguaci dei lama.
Pechino - Lo Yonghe Gong (Convento dei lama)


Pechino - Lo Yonghe Gong (Convento dei lama)

Pechino - Lo Yonghe Gong (Convento dei lama)

Pechino - Palazzi in costruzione

Pechino
Canton - Una squadra di operai all'esterno dell'aeroporto. Tutta la zona è in ristrutturazione in attesa della visita del Presidente Xi Jinping

Canton - Il simbolo della falce e martello ai caselli autostradali

Canton - Segnaletica stradale

Canton - Edifici popolari

Canton - Lo skyline luno la riva dello  Zhujing River 

La bevibilissima birra cinese

martedì 3 ottobre 2017

Trump, un "amico vero" dei produttori di armi alla Casa Bianca

Il contrasto alla diffusione delle armi negli USA è nelle mani di Trump. Che al meeting dell'associazione dei produttori di fucili assicura: "Avete un vero amico ora alla Casa Bianca"

domenica 17 settembre 2017

Un uomo, 4 ruote, 1 buffet.

L'uomo nella foto si chiama Beppe.
E' l'ultimo autista della Regione, ed è andato in pensione pochi giorni fa.

Dal 1980 ad oggi ha percorso in macchina quasi 3 milioni di chilometri, più di 70 volte il giro della Terra, accompagnando presidenti, assessori e funzionari alle iniziative istituzionali.
Un paio di giri della Terra, negli ultimi 3 anni, li ho fatti con lui, seduto al suo fianco.
Ed è stato lì, giorno dopo giorno, tra caselli autostradali, rotatorie, cavalcavia, sensi unici, ingorghi e  semafori che ho capito che per un equivoco spazio-temporale Beppe è in realtà un personaggio del Bar Sport di Stefano Benni, uscito dalle pagine del libro per piombare sulla viabilità dell'Emilia-Romagna.

La partenza
Beppe non parte con la macchina. Lui decolla.
Gode con un sospiro a pieni polmoni il rumore del "clac" quando innesta la prima, partendo con un'accelerazione 8G che risucchia i passeggeri dentro la fodera dei sedili, in cui ancora oggi si possono trovare una scapola di Pierluigi Bersani, tre dita di Raffaele Donini,  una rarissima giacca slim-size di Vasco Errani e gli appunti del discorso che Lanfranco Turci avrebbe dovuto fare alla convention dei parrucchieri di Zerba.
Due decimi di secondo dopo la partenza, di solito c'è un semaforo rosso. La decelerazione proietta i passeggeri fuori dal parabrezza. Un consigliere del Pdup, catapultato dentro la vetrina di una pizzeria d'asporto nel 1981, ha dato vita al primo caso di esproprio proletario agroalimentare, uscendone con un arancino sottobraccio.

Le rotatorie
Considerate poco meno che una bizzarra concessione alla modernità, Beppe affronta le rotatorie come un rettilineo autostradale. Nel 2016, dopo il passaggio sulla rotatoria al casello di Imola, l'auto ha proseguito su due ruote inclinata su un fianco fino a Fidenza, parcheggiando direttamente nel guardaroba del sindaco Andrea Massari, di cui Beppe ha contestato il look.

La discrezione
Fieramente impermeabile alla regola secondo cui un buon autista deve mostrare indifferenza verso le conversazioni telefoniche dei passeggeri, Beppe annuisce costantemente con cenni parabolici del capo per assentire o dissentire durante le telefonate, qualche volta con zelo sufficiente a impattare sul volante e attivare l'airbag.
Nel 2001, all'autogrill Roncobilaccio Ovest, approfittando di una pausa-Camogli dell'assessore al turismo, ha telefonato al ministro delle Infrastrutture per chiudere un accordo per la costruzione di un cavalcavia ad unica campata tra Rimini e Comacchio.

L'autostrada
Beppe infila la corsia del Telepass ai 270 all'ora, spettinando i casellanti ("fa bene alla forfora", spiega). Ligio alle regole della circolazione, punta l'auto davanti a sé piazzando il muso della sua Volvo a mezzo centimetro dal paraurti posteriore di chi lo precede ("E' per metterlo a suo agio", assicura). Durante il sorpasso usa il terzo occhio per guardare l'auto di fianco, indirizzando con l'alfabeto muto giudizi severi al conducente sulla qualità della sua guida, talvolta irrobustiti da riferimenti a madri e sorelle.

Il taglio del nastro
Beppe odia i convegni, ama i tagli del nastro, in particolare quelli delle fiere paesane.
Al "settembre copparese", prima dell'avvio della cerimonia, di solito parcheggia sulla sedia del sindaco, chiedendo all'assessore ai trasporti di rabboccare l'olio del motore.
E' solito contestare l'utilizzo delle forbici per il taglio del nastro, e ricorda sempre che Guido Fanti inceneriva la striscia di stoffa con uno sguardo.

Il buffet
E' il cuore della missione.
All'ingresso della sala Beppe attiva i sensori "istituto alberghiero" inseriti nella retina, progettati da una startup scovata da Aster, che permettono di mappare all'istante la dislocazione di olive ascolane, culatello, gnocco fritto, lambrusco e sangiovese
Estrae dal baule un kit di otto braccia che lo favorisce nella raccolta simultanea di scaglie di grana, cubetti di mortadella, cous-cous e farro.
Nel 2002 è stato candidato al Nobel per la Fisica per aver dimostrato che un piattino di plastica può contenere 36 tramezzini, 14 tartine, 18 palline di ricotta, 2 muffin allo speck e un taxista di passaggio.

Dopo circa un quarto d'ora dice ad alta voce "è finito l'erbazzone", distraendo l'attenzione dei commensali dal tavolo per poter trafugare l'ultimo blocco di ciccioli.
Quando la concorrenza è più agguerrita, indossa una divisa da cameriere per depistare gli ospiti e li invita a servirsi del buffet al secondo piano, dove di solito è invece in corso una conferenza sui mammut o, nei casi più fortunati, sulla riforma fiscale.
Alla domanda "Allora Beppe, com'era il buffet?" risponde automaticamente "Non so, ho preso solo un caffè. Ristretto".

Ci mancherai Beppe.