venerdì 18 settembre 2020

Non ha tempo da perdere

Mattino, un bar, prima periferia di Modena.

Osservo uno dei baristi. Sessant'anni, giù di lì.
Mai visto prima, eppure qui ci passo abbastanza spesso.
Quasi calvo, tenace nel non dichiarare sconfitta al deserto che avanza tra i capelli, si affida a un riporto grottesco, commovente nel tentativo fallito.
Poche parole, sempre gentile, postura rassegnata.
Ma gentile davvero, con tutti.
Buongiorno dica un cappuccino un caffè prego sono quatto euro il bagno è dietro la colonna zucchero bianco o di canna caffè macchiato questa è vegana con la marmellata  un goccino d'acqua arrivo ristretto di soia.
Vado alla cassa: "Pago un cappuccino e una brioche", dico.
Una voce riempie il bar, potente come una testata data con violenza per spaccare un setto nasale.
OOOOOOOHHHHHH, A ME NON MI SERVI????
PORCA TROIA, SONO QUA DA DIECI MINUTI, NON MI SERVI A ME? EH??
Silenzio nel bar.
Giro lo sguardo.
Avrà 25 anni. Capelli rasati sulle tempie, occhiali a specchio, maglia ampia da basket, pantaloni corti, mano destra a domandare che cazzo aspetti a servirmi.
STAI SERVENDO TUTTI TRANNE ME CHE SONO QUA CHE ASPETTO.
Silenzio nel bar.
Nessuno guarda nessuno. 
Scusi, scusi, dice il barista, molla tutto e si piazza davanti al tizio per esaudire i suoi desideri.
DAMMI QUESTA AL CIOCCOLATO E UNA VUOTA. POI UN CAFFÈ MACCHIATO.
Ecco, dice il barista, che si scusa per la terza volta.
Silenzio nel bar.
DAMMI ANCHE UN BICCHIERE D'ACQUA.
Si eccolo.
Si allontana, si siede a un tavolino.
Mentre provo a pagare, si avvicina di nuovo verso il bancone.
Mastica a bocca spalancata la brioche, potrei contargli le otturazioni dei denti.
GNAMMI ANGHE UN CAPUGGNINO.
Meglio di così, a bocca piena, non gli riesce.
Pronti col cappuccino.
Torna al tavolino.
Silenzio nel bar.
Dopo qualche secondo arriva sua madre, guarda la brioche e sentenzia: questa non mi piace.
Il tizio si alza, prende la brioche: CAMBIA LA BRIOCHE DI MIA MAMMA. SI PUÒ? QUESTA NON LE VA BENE.
Pronti, cambio della brioche.
Il barista continua a scusarsi.
Silenzio nel bar.
Pago.
Esco.
Una telefonata prima di salire in macchina, accendo il motore, parto.
Lo vedo uscire dal bar, si dirige con sua mamma verso una Bmw.
Autostrada.
Sullo specchietto retrovisore vedo il tizio sulla Bmw che si avvicina ai 200 all'ora, sorpassa a destra e sinistra, zig zag tra le corsie, abbaglianti, toglietevi dai coglioni che non ho tempo da perdere.


lunedì 3 agosto 2020

Implacabile nell'odio, tenace nel rancore

 
Saranno stati gli elefanti, fatto sta che fin da piccolo la figura di Annibale mi ha sempre incuriosito. Questo generale vissuto duecento anni prima di Cristo, che valica le Alpi e viene a razzolare in Italia inanellando vittoria su vittoria, fino alla legnata fragorosa a Canne in cui polverizza in mezza giornata il fior fiore dell'esercito romano (50mila morti nella stima più prudente, 75mila in quella più generosa), mi ha sempre appassionato. Storicamente parlando.

Ma è di scrittura che vorrei parlare.

Si, perché la scorsa settimana mi sono letteralmente fatto rapire dal libro di Giovanni Brizzi: "Canne. La sconfitta che fece vincere Roma - Il Mulino), che mi ha appassionato dalla prima all'ultima riga, soddisfacendo fino all'ultima delle mie curiosità, ma aprendo anche nuovi inaspettati spazi di desiderio di conoscenza.
Un vero dispiacere arrivare all'ultima pagina, come lasciare un affetto.
 
Tra le mille cose che mi hanno colpito, una, che probabilmente per l'autore credo rappresenti un dettaglio quasi marginale, ma che invece mi ha folgorato per la lucidità di riuscire a sintetizzare in poche righe il profilo storico-biografico e psicologico di Quinto Fabio Massimo (Il temporeggiatore), uno dei dittatori romani che aveva provato (inascoltato, poi sostituito al comando) a disinnescare la potenza d'urto che Annibale dimostrava nella calata lungo il Paese, sostanzialmente negandogli la possibilità dello scontro in campo aperto.

Dicevo, la descrizione di Quinto Fabio Massimo. 
Una descrizione che tiene insieme, uniti a saldare in maniera perfetta gli elementi storici e psicologici del personaggio, un ritratto in cui sembra di calarsi a piè pari in quell'epoca, proprio lì di fianco al personaggio descritto. Nessuna distanza, tutto straordinariamente "instant", se posso dire, in cui si possono intravvedere molti elementi di contemporaneità rispetto al profilo della leadership intesa in senso allargato. 
Una lucidità tenuta insieme da una scrittura che solo un grande autore, in questo caso un superbo storico bolognese, può permettersi. 

Eccola:

"In effetti quest'uomo ormai maturo era un soldato di prim'ordine, esperto e temprato a ogni prova. 
La tranquillità silenziosa e l'ingannevole mansuetudine che gli avevano guadagnato l'ironico appellativo di Ovicula, la Pecorella, coprivano, in realtà, la saldezza di un carattere inflessibile, in cui la circospezione non era che accorta prudenza e l'apparente lentezza imperturbabilità totale rispetto a ogni stimolo esterno.
D'origine contadina, Fabio Massimo era duro ben al di là di ogni manifestazione superficiale, implacabile nell'odio e tenace nel rancore, provvisto di un'energia senza pari. 
Metodico, costante, ostinato e dotato di una pazienza a tutta prova, era, e lo dimostrò, capace di lungimiranza come di fede: possedeva un fortissimo spirito di sacrificio ed era animato da un patriottismo feroce, capace di fargli dimenticare persino il personale, profondissimo orgoglio".

sabato 25 luglio 2020

Che sperimentazioni, mon dieu


Non ho dato importanza ai dettagli, eppure era tutto già scritto in quell'oufit. 
Un outfit a metà tra fan sfegatata degli Inti-Illimani e revisore dei conti dei bilanci delle Unioni comunali, infradito decrescitafelice su gonna-pantalone verde militare, camicia arancione su spalle scoperte, Persol a riposo su cranio a chioma media con spettinatura charmante - mon dieu! - sguardo ritmo bio in una spa altoatesina con bagno di fieno. 
Abbiamo un obiettivo comune: l'ingresso in farmacia. Un'imperdonabile debolezza ottocentesca, frutto di un'inopportuna educazione cavalleresca (in tempo di pandemia, diciamo),  mi fa rallentare il passo sotto i portici quando, provenendo da direzioni opposte, siamo ormai a tre passi dalla porta a vetri, dietro cui la farmacia si prospetta meravigliosamente senza clienti.
Le cedo il passo. 
Errore fatale.
Confinato sul marciapiedi - in farmacia si entra solo uno alla volta - assumo la posa pompeiana del cliente in attesa, studiando da lontano le mosse di mondieu oltre la vetrina satura di offerte, quasi tutte a base di gel igienizzante.
Trascorsi 10 minuti tondi tondi, spesi al bancone a parlare con la farmacista, finalmente mondieu  si gira su se stessa e cammina verso l'uscita.
Tocca a me.
Ah no. 
Farmacista e mondieu raggiungono l'angolo delle creme solari. 
Inspiro.
Inizia la ricerca della crema adatta. 
Mondieu raccoglie tra le sue mani delicate ogni tubetto - alla fine saranno 9, li ho contati (non rompete, anche voi avrete sicuramente le vostre manie) - saggia la consistenza della confezione, svita il tappo, raccoglie tra le narici il senso metafisico del prodotto, scruta il soffitto alla ricerca di una convinzione che non arriva, passa al successivo tubetto, sotto lo sguardo materno della farmacista.
Dietro di me, nel frattempo, altri 7 clienti in fila, metro di distanza d'ordinanza, qualche mugugno trattenuto, pazienza da pandemia messa alle corde.
Una bionda tinta, voce roca da 40 Chesterfield entro l'ora pranzo, 3 posti alle mie spalle, palesa un accenno di impazienza: "Ma che cazzo deve comprare, l'Alitalia?".
Scatta la solidarietà della truppa, a turno ognuno augura ottime cose a mondieu, che nel frattempo - con 3 tubetti di creme doposole stretti sotto l'ascella - si è spostata verso la parete degli integratori alimentari.
Anche qui, stessa adorabile dedizione, analisi cromatografica della confezione, indice e pollice a sorreggere il mento con sguardo al cielo per calibrare la scelta.
Apertura della scatola.
Lettura del bugiardino, pare si soffermi al paragrafo controindicazioni.
Persone in fila: undici.
Passa il tempo, abbasso lo sguardo verso le mie scarpe: nel frattempo è cresciuta l'erba.
Dietro di me la bionda tinta, oggettivamente proattiva, apre un chiosco di piadine.Prezzi onesti, va detto.
All'interno mondieu è tornata alla parete delle creme solari, rimettendo al loro posto le confezioni scelte. Non è convinta.
Persone in fila: quattordici.
Variazione del piano regolatore per evitare gli assembramenti davanti alla farmacia. 
Persone in fila: sedici. 
I miracoli esistono. Dentro la farmacia, forse era nel frigo, appare una seconda farmacista, che apre la porta e dice: Prego.
Tocca a me. 
Entro nel santuario, vado dritto alla cassa e ordino il mio farmaco.
Nella cassa di fianco, mondieu si trastulla con una confezione di non so cosa. 
È delusa: "Ce l'avevo già, non è nelle mie corde".
"Ora ci ragiono un attimo", aggiunge.
Tranquilla, c'è tempo.
Fuori, la folla si è organizzata in partiti, movimenti civici e qualche residuo extraparlamentare, si dibatte sulle riforme e si organizza la prossima missione su Marte.
La farmacista propone a mondieu una nuova crema solare e le porge due confezioni.
"Ma sono diverse", sospira mondieu, sopraffatta dal peso di una decisione da prendere.
"È lo stesso prodotto - assicura la farmacista - cambia solo la quantità, una da 130 ml una da 200 ml".
"Non so", si strugge mondieu, "Non so decidere". E apre un nuovo fronte fondamentale: "Ci sono quelli spray di ghiaccio che portano sollievo?"
"Certo", la rincuora la farmacista, "va bene questa confezione da 500?
"Noooooo", miagola mondieu, "troppo troppo troppo grande".
"Abbiamo solo questa qua", chiude la farmacista.
Mondieu cede: "E vabbè, proviamo. Incoraggiamo le sperimentazioni".
Da fuori, onesto, l'urlo della folla che le elenca le sperimentazioni a cui stanno pensando.

mercoledì 15 luglio 2020

Datemi quei guanti di cemento


Ho smesso di leggere.
Non proprio.
Quasi smesso, dai. 

Vengo inghiottito dal cellulare.

La scorsa settimana, una sera, ho guardato il video di un tizio che riempiva di cemento due guanti da cucina, ha aspettato 18 ore che il cemento si consolidasse, li ha dipinti con vernice dorata e li ha trasformati in due supporti per un vaso che aveva ricavato da uno straccio, anche questo ricoperto di cemento in modo che si irrigidisse.
Dentro a questo vaso ci ha messo un'anguria, dopo averla svuotata, e ci ha inserito una pianta grassa. Et voilà.

Poi sono rimasto a guardare un altro tizio che ha preso degli scatoloni di polistirolo dentro cui, fino a poco prima, c'era del pesce destinato al mercato di non so quale città asiatica. Li ha tagliati e rimodellati, li ha cosparsi di una vernice impermeabilizzante e ne ha ricavato una piscina (difettosa) per il figlio, piazzandola su un terrazzino, con grande effetto a cascata verso l'incazzosissimo inquilino al piano di sotto.

Ho visto una rissa tra camionisti russi con intervento finale della polizia, una serie di incidenti autostradali, qualche aereo che atterrava sfidando un vento impossibile, un elefante salvato da una pozza di fango in cui era caduto, una tizia giapponese che affettava un cavolfiore con un coltello che nel frattempo emetteva dei suoni armonici sulla base della velocità del taglio.

Non volendo rassegnarmi all'idea di essermi totalmente rincoglionito, ho provato a dare una giustificazione teorica a questa mia deriva da azzeramento neuronale, a trovarci un senso, a sentirmi sulla stessa barca insieme a tanti altri, a trovare quel mezzo gaudio in mezzo a questo mal comune che è il rincoglionimento da smartphone.

L'ho trovata in un libro che, mooooolto faticosamente, leggo da qualche mese ("Scansatevi dalla luce. Libertà e resistenza nel digitale", di James Williams, un ex strategist di Google).
È una fatica titanica leggerlo, perché dopo mezza pagina sento lì di fianco, nel cellulare posato sul comodino, il richiamo della foresta digitale.
Sento che ci sarà sicuramente un tizio che sta sfondando la vetrina di un parrucchiere con l’Apecar, o quel cane che dorme e sogna di correre, o un’asse da stiro trasformata in appoggio per stendercisi sopra e infilarsi sotto al lavandino per sturarlo. Come posso perdermeli?

Williams, nel suo saggio, squaderna questa teoria: siamo immersi in una rivoluzione digitale in cui una costante "persuasione sofisticata", veicolata dai meccanismi dei social, si allea con una "tecnologia sofisticata" per spingere gli obiettivi più insignificanti possibili direttamente dentro le nostre vite.

Niente di nuovo sotto il sole, solo un aggiornamento della millenaria questione dell’omologazione. Con qualche variante.

Provo a dirla con il gomito appoggiato sul bancone del bar, così è più semplice: non siamo più capaci di prestare attenzione a ciò che ci interessa, ma solo a ciò che ci viene "imposto" come desiderio.
Un desiderio compulsivo, che – pur sfaccettato in mille categorie merceologiche mentali come l’oceano di cazzate dei social – sostanzialmente riconduce a un ridottissimo quadro di sogni prêt-à-porter.
Ma quelli. E solo quelli.
Che partono dai guanti riempiti di cemento e arrivano alle praterie del consenso politico.

Non abbiamo più desideri nostri, siamo solo compulsione eterodiretta (wow, siamo nel giardino semantico in cui potrebbe passeggiare Recalcati).

E l'interruttore di questa compulsione, in sostanza del meccanismo che dirige la nostra attenzione in una direzione o l’altra  ha un nome che conosciamo benissimo: le notifiche.

Williams dice che le "distrazioni funzionali" - quelle che ci distraggono dai nostri veri desideri e ci incanalano in un mainstream che non corrisponde ai nostri veri sogni -  le distrazioni funzionali, dice, "arrivano comunemente grazie alle notifiche". 

Calmi. Siamo solo al primo passaggio. Più tardi viene il bello.

Qualche numero che mi riguarda.
Sul mio Samsung S9 Plus ho una sezione che si chiama "Benessere digitale". In pratica mi dice quanto tempo sono stato connesso e mi elenca una serie di dati.
La scorsa settimana ho ricevuto 4055 notifiche, in gran parte concentrate tra Whatsapp e Facebook  oltre che da gmail, instagram, telegram, twitter. Ma principalmente le prime due.
Mi dice anche che ho sbloccato lo smartphone con l'impronta digitale 1199 volte. 1200, via.
Mi rendo conto, però, che io sblocco il cellulare anche quando non ho notifiche, quasi a chiedermi: beh? Nessuna notifica? Quasi un riflesso pavloviano anche in mancanza dello stimolo.
Non solo. Sono molto distratto, molto più di qualche anno fa (e partivo da un livello che non raccomanderei a nessuno, capace di fare tre volte la stessa domanda senza ascoltare la risposta, per capirci).

Ma cosa c’entra l’alto numero di notifiche con il fatto che non riesco più a leggere?

Anche qui Williams mette nero su bianco un filo logico che mi vorrei tatuare: “L'esposizione a notifiche ripetute può generare abitudini che allenano l'utente a interrompersi anche in assenza degli stessi dispositivi tecnologici. Tendiamo a sottovalutare i danni delle distrazioni funzionali a causa della minuscola misura della loro influenza".
Impossibile concentrarsi sulla lettura, quindi. Siamo (io sono) dentro un mood costante di notifiche che ci accompagna anche quando le notifiche non ci sono.

Pausa, prima del gran finale:
- Le notifiche che ricevo riguardano al 75% il lavoro. 
- Quando sblocco il cellulare dopo la notifica, risolvo la notifica, ma penso: beh dai, un’occhiatina al volo a Facebook, Instragram, alle chat di whatsapp, Repubblica, il Post, Lercio, le webcam della Pusteria, Cristiano Ronaldo, i post di Beppe Cottafavi, TML, Osho, Commenti Memorabili, Severo ma giusto. Risucchiato a caduta libera nel pozzo.
- Sentirsi un tossico. Proprio lo stesso meccanismo, ma non per modo di dire.

E siamo al dunque.
“Tuttavia – aggiunge Williams -  come scrive il filosofo Matthew Crawford, ‘la distraibilità può essere considerata l'equivalente mentale dell'obesità’. Da questa prospettiva, le distrazioni funzionali individuali possono essere viste come delle singole patatine".
Ci distraiamo – perché tutto è organizzato (spoiler: non sono complottista, è solo per farmi capire) per farci distrarre, per non mettere in campo la nostra attenzione – e vogliamo continuare ad essere distratti in una compulsività che si avvita e si autoalimenta.
Essere tossici. Essere obesi.

Mi distraggo, quindi non penso, quindi non sono.
Un calembour cartesiano per dire che ci stiamo tutti omologando al ribasso cognitivo, un meccanismo che raccoglie nel recinto del web le macrocategorie di un neo-pensiero unico (apparentemente iperstrutturato) a cui ci atteniamo tutti, in cui anche un banalissimo paio di guanti da cucina riempiti di cemento a far da supporto a un vaso-anguria conferma il funerale della nostra libera attenzione (della mia sicuramente), a favore di un mega-tunnel di contenuti preinscatolati, scambiati per praterie di libertà. Poi su questo vorrei tirare in ballo anche la tesi di Baricco in The game, sostanzialmente sovrapponibile, ma l'ho fatta già abbastanza lunga.

Non vi ho convinti.
In effetti è che semplicemente mi piace cazzeggiare su Facebook, ma con questo spiegone sembra più accettabile.






giovedì 16 aprile 2020

Presto nascerò di nuovo


Dovrei sentirmi colpevole, visto che sto per raccontarvi una dimenticanza, grave, tutta mia.
O forse una sottovalutazione. O entrambe le cose.
Ma in qualche modo è come se avessi avuto una seconda occasione. E spero di rimediare.

Nell'obbligo dell'isolamento da Coronavirus, le mie figlie puntano all'impensabile: riordinare il garage.
Quando arriva il momento delle "cose papi che devi fare tu", ho un armadio grande come una parete da aprire e svuotare dalle cose inutili.

C'è un'anta, su in alto, il bordo sfiora il soffitto.
Non la apro da, boh, quanti anni? 20? Forse di più.
Credo di averla aperta solo una volta, per mettere dentro le cose che ritrovo adesso.

Agende. Agende piene di appunti.
Tutta roba mia, appunti presi in anni di conferenze stampa tra il 91 e il 96, quando collaboravo con la Gazzetta di Modena, non so neanche perchè le ho conservate, vai a saperlo, feticismo da cronista di periferia.

Solo agende, tranne una carpetta di plastica trasparente. Una sola.
La prendo, dentro ci sono dei fogli, una cinquantina, scritti a macchina.

C'è un titolo: "Un pugno di ricordi".
Non ho la minima idea di cosa sia, tranne una vaghissima sensazione di una mano che mi consegna quel plico almeno 25 anni fa. Ma non ne sono sicuro.

Leggo le prime righe. Forse mi aiuteranno a ricordare.

"Non ho mai avuto il benché minimo desiderio di leccarmi le ferite della mia giovinezza, da un pezzo cicatrizzate. Se ho deciso ora, di permettere alla mia memoria di parlare, di descrivere il sangue, le lacrime, i dolori, le gioie dell'amicizia che hanno nutrito la mia fede nelle capacità del genere umano di resistere e di creare, è perché la nostra gioventù idealista e disorientata, ha bisogno di sapere e di armarsi contro le tragedie, le ipocrisie e i falsi della storia".

Scorro con lo sguardo il resto delle pagine, le sfoglio rapidamente, intercetto le prime parole chiave, militi fascisti, Germania, il signor Kunz, Mauthausen, campo, dissenteria, deportati, Milano.

Ho tra le mani il diario di un sopravvissuto al campo di concentramento.
Fogli dattiloscritti che qualcuno, forse l'autore stesso, mi ha dato almeno 25 anni fa.
Un diario che io ho chiuso dietro un'anta.

Non ho la minima idea di chi me l'abbia dato.
Non so se me l'avesse dato per leggerlo.
O per provare a pubblicarlo.
O per diffonderlo in qualche modo.

Lo leggo tutto, non ci sono indizi per capire chi sia.
Capisco che si chiama Andrea, che è stato arrestato a Milano il 13 dicembre 1943, nelle giornate di sciopero generale proclamato dal movimento clandestino.
Spedito a Mauthausen insieme a un centinaio di altri prigionieri politici, cantando il Nabucco mentre il treno esce da Milano "per sfidare i tedeschi che ci privano della libertà".

L'arrivo a Mauthausen, destinati  a una fabbrica di aeroplani, la Heinkel a Schwechat, vicino a Vienna, poi un altro campo, in realtà una nuova fabbrica nel sottosuolo, una grotta naturale da cui viene tolta l'acqua, 12mila metri quadri per costruire gli aerei per il Fuhrer. 

I flemmoni, piaghe di pus, che iniziano a coprire braccia e gambe per la fatica fisica, che Andrea cicatrizza coprendoli con la vernice e lo smalto con cui dipinge le carlinghe degli aerei, che qui non bisogna far vedere che stai male.

E l'incontro nel lager con Robert Dubois,  membro del comitato centrale del partito comunista francese, a cui salva la vita una volta. Quello stesso Dubois che però dopo qualche settimana morirà per lui, in uno dei tanti meccanismi disumani dei campi di concentramento.

E Giuliano Paietta, il fratello di Gian Carlo, rappresentante italiano nel comitato clandestino  del campo principale, anche lui lì a  Mauthausen con Andrea. 

Le trattative con i nazisti che capiscono che la guerra è persa, il campo che viene affidato ai deportati, che poi innalzano sulla torretta del corpo di guardia la bandiera rossa, simbolo della resistenza.

I civili tedeschi che fanno da capiofficina a Andrea, prima il signor Kunz, poi il signor Hafner, di Treviri, che a loro modo lo rispettano. Quasi una forma di affetto, che gli fa ammettere che "si può trovare bontà umana in tutti gli uomini, persino nel gruppo, che sarebbe certo assai semplice, condannare in blocco".

La fame, sbriciolare pezzi di legno da mangiare così, senza bere, per fermare quella dissenteria che lo fa dimagrire a vista d'occhio, proprio adesso che il rumore delle cannonate del fronte si sente vicino, segno che è quasi fatta. 

I compagni del lager  che la notte del suo compleanno gli cantano sottovoce 'sous l'espresso ponts de Paris', "una vecchia e bellissima canzone a me particolarmente cara, perché mia madre me la cantava quando ero piccolo per farmi addormentare. Non riceverò più, ne sono certo, nella mia vita, se non dovrò abbandonarla, un regalo più prezioso"

Il senso di colpa per essere sopravvissuto. 

Una sola parola in tutto il dattiloscritto, sottolineata: "In questa meravigliosa giornata, verso le 11.30, si sente un forte rumore di motori. Arrivano le autoblinde americane da ricognizione". Meravigliosa, è questa la parola sottolineata, descrivendo il 5 maggio 1945, quando gli americani liberano il campo.

E la considerazione finale con "l'imperativo di fare tutto ciò che posso, per il trionfo della speranza sull'odio, sulla distruzione e sulla morte, forze che possono ancora, se non si sta attenti, spingere l'umanità alla pazzia".

Non so chi sia Andrea.
So che qualcuno, forse lui stesso, mi ha consegnato tanti anni fa questa testimonianza, che io ho chiuso per 25 anni dietro l'anta di un armadio che sfiora il soffitto.
Ma lavorerò per diffonderla, se nel frattempo non ha trovato già un approdo, un editore, un centro ricerche che lo ha già accolto.

Solo una cosa cambierei del dattiloscritto di Andrea: il titolo.
Userei una frase che pronuncia una notte, mentre riflette sul suo futuro: Presto nascerò di nuovo.



martedì 10 marzo 2020

Perché l'indignazione di Sergio Venturi è anche la nostra


Oggi, durante la consueta diretta Facebook per aggiornare i cittadini sull'andamento del coronavirus, Sergio Venturi - il commissario ad acta per la gestione dell'emergenza in Emilia-Romagna - a un certo punto si è commosso e si è fermato per qualche secondo, trattenendo a fatica le lacrime.
Lo abbiamo visto tutti. Era un pianto trattenuto per l'indignazione di quanto successo a Parma, dove 3 persone - di cui un dipendente dell'Ausl e un operatore sanitario - sono stati denunciati per aver sottratto all'Ausl mascherine e guanti da vendere all'interno di una sala slot.
L'indignazione di Sergio è quella di tutti noi, credo dia la misura della fatica smisurata che si sta facendo per una battaglia che è comune, che è per tutti, e che deve vederci tutti uniti, isolando - oltre al virus - chiunque tenti vergognosamente di trovare spazi di lucro a proprio vantaggio.

lunedì 9 marzo 2020

Il nostro piccolo gesto rivoluzionario


Nei giorni in cui per l'emergenza coronavirus galleggiamo in una sorta di sospensione del tempo, di smarrimento, mi è venuta in mente la frase di Neil Armstrong, il primo uomo sulla Luna.
Scendendo dalla scaletta del LEM, appena appoggiato il piede sul suolo lunare, pronunciò la celeberrima frase (lui dice: "L'ho pensata lì per lì", ma non ci crediamo):
"E' un piccolo passo per l'uomo, ma un grande balzo per l'umanità".
Quel piccolo gesto personale, di un solo uomo, racchiudeva in sé il potenziale rivoluzionario per il  futuro dell'umanità intera.
Che fortuna, Neil Armstrong.
Ha avuto questa opportunità nella vita.
Lui, per tutti noi.
E noi, ce l'abbiamo un gesto personale che può essere rivoluzionario?
Un piccolo gesto personale che abbia una ricaduta per tutti?
Un gesto che mette ognuno di noi, singolarmente, nelle vesti di essere determinanti per il futuro prossimo di tutti noi?
Certo che ce l'abbiamo.
Ce l'abbiamo sotto il naso.
Il nostro gesto rivoluzionario è stare a casa.
Ogni singola decisione di ritirarsi temporaneamente dalla vita sociale è determinante, qui e ovunque, per noi e per tutti.
Il nostro
piccolo
gesto
rivoluzionario.