domenica 3 agosto 2025

L'amore possibile. Forse.


Siete tra quelli che al cinema si alzano appena partono i titoli di coda per raggiungere rapidamente l'uscita della sala? 

Chissà se fate bene.

Qualche volta, infatti, rischiate di perdervi il meglio.  Il "tutto", detto in altro modo. Alcuni registi adorano lo sgambetto finale, ad esempio l'inserimento di una scena che irrompe inaspettatamente quando scorrono i nomi di elettricisti o stuntmen, una scena che, nel più perfido dei casi, può addirittura essere la chiave di comprensione del film appena visto. Una scena che vi siete persi, inebriati dall'effimero trionfo di aver guadagnato per primi l'uscita dal cinema, incrociando le orde degli spettatori che stanno entrando e siederanno a vedere ciò che per voi - a questo punto - sarà un film di cui non avrete capito il senso.

Lidio Pellegrini ci regala esattamente questo nel suo primo romanzo, L'amore possibile (Tempi Moderni editore), per cui il primo consiglio è: non accontentatevi di leggerlo fino alla fine. Andate oltre. Si, anche nella "Nota dell'autore" di pagina 199, poche righe scolpite dopo la parola fine, perché se vi perdete quelle righe, vi sarete persi il senso del romanzo. Un senso che è racchiuso nel titolo: L'amore possibile. 

La domanda, a questo punto, è: l'amore è possibile? 

Lidio Pellegrini, che con questo romanzo autobiografico inaugura un percorso di immersione nelle forme dell'amore, proseguito con "L'uomo che aveva le donne" e che tra qualche settimana sarà completato dall'ultimo scritto (per ora ancora in fase di editing), ci accompagna utilizzando la classica struttura del romanzo di formazione. Il protagonista principale, appunto Lido Pellegrini, è un giornalista di provincia intorno ai 30-35 anni. Lavora per una marginalissima testata online, ma ha il fuoco sacro della professione, e quindi - pur da un punto di vista periferico - dà il massimo e punta in alto (tra poco vedremo quanto in alto). E' circondato dalla classica tribù ristretta degli amici che contano  ("splendidi ultratrentenni ormai avviati verso la quarantina"):  Luca che insegna lettere in un liceo, Alberto detto Bert il fisioterapista esuberante e seduttore incallito, Fabio che lavora in un quotidiano nazionale e Tatiana, detta Taty, instabile baricentro emotivo di Lidio su cui ogni cosa convergerà alla fine.

Uno schema, per avere qualche riferimento, che potrebbe richiamare "La simmetria dei desideri" di Eshkol Nevo, o "Quattro amici" di David Trueba, o addirittura potremmo spingerci al Grande Freddo, contesti in cui il gruppo di amici sperimenta l'inevitabile sfaldamento della compattezza che li ha tenuti insieme da ragazzi, lanciati ognuno verso singoli destini che li porteranno - anche attraverso la tragedia - a trovare, infine, ognuno la propria strada. 

Lidio Pellegrini è al centro di questo equilibrio e, attraverso il classico schema (in questo caso invertito) di Cenerentola, ci racconta l'amore tra due mondi reciprocamente impermeabili, quello di un giovane giornalista di provincia alle prese con costanti difficoltà economiche e quello di Marianna Paltrinieri, parlamentare iscritta a un partito agli antipodi rispetto agli ideali di Lidio, e presidente della Commissione Lavoro. Non solo. Marianna è bella da morire, corteggiatissima, ricca, famosa. Insomma, irraggiungibile. 

Non sveleremo il meccanismo che permetterà a Lidio e Marianna di avvicinarsi, ma possiamo dire che l'autore prende a piene mani da Notting Hill ("sono una ragazza che desidera essere amata", dice lei a un incredulo Lidio squattrinato) e ognuno di noi si trova a fare il tifo per la coppia che, contro ogni previsione, prende il largo in un mare che però non è sempre così facile da navigare.

Mentre i due veleggiano su questo amore inaspettato, intorno prendono corpo gli amori difficili e incasinatissimi degli amici di Lidio, un espediente narrativo per squadernare le possibili combinazioni che l'amore può trovare. E' in particolare Bert a franare, incapace di tenere a bada l'istinto predatorio e buttando sistematicamente all'aria relazioni importanti, fino a quella che poteva essere quella definitiva con Marzia. E poi c'è Taty, naturalmente, figura femminile di quasi-amore per Lidio, che lo conforta ogni volta che va a sbattere: "Sei una delle ragioni per cui vale la pena vivere  - pensa tra sé e sé Lidio - ma non riesco, non sono mai riuscito, a innamorarmi di te".

Il punto di equilibro tra Lidio e Marianna - in un crescendo in cui ai due si vuole un bene dell'anima - passa inevitabilmente attraverso la crisi di lei, che per l'ennesima volta si trova nella situazione di dover dimostrare di non essere solo bella, ma anche capace. In una sfuriata a Lidio, le parole arrivano chirurgiche: "La mia durezza esce da una vita intera a dover dimostrare di non essere solo un bel visino, un bel culo e un bel paio di tette, ma una donna capace e intelligente, molto più della stragrande maggioranza degli uomini che ho incrociato nella mia vita. Una che ogni volta che raggiunge qualcosa deve sopportare che 'Radio scarpa' cominci a trasmettere su tutte le frequenze che 'di sicuro se è arrivata fin lì è perché ha aperto le gambe a qualcuno'. A chi? Mah, ogni volta il passaparola si inventa qualcuno di diverso: a scoparmi sarà stato il rettore in modo da permettermi di ottenere 110 e lode alla laurea? Poi il Presidente del Consiglio, un ministro, o che so… il capitano della nazionale di calcio, il Presidente di Confindustria o magari, chissà, quello degli Stati Uniti. Miss "Sotto il vestito niente" e via di questo passo. In fondo, sempre solo una donna: un'oca per definizione".

Il romanzo, che ha anche il merito di riservare una citazione a Gianni Cavina (trovatela), mette l'amore al centro di ogni cosa e si sgrana verso un epilogo in cui si susseguono colpi di scena nelle diverse vicende sentimentali del gruppo, sempre con Lidio al centro della scena, lasciando una consistente e persistente sensazione amara, fino a un episodio che precede il finale in cui una serata di Speed Date la dice lunghissima sul cinismo di alcuni maschi verso la propria partner. Anche se è proprio in quell'occasione che Lidio, come direbbero al bar, "cade dal pero" e apre gli occhi.

Come Ulisse, Lidio troverà pace nelle braccia di chi l'ha sempre aspettato, ma un'attesa diversa - diciamo così - da quella che Penelope ha riservato all'eroe dell'Odissea. Ed è a quel punto che il titolo del romanzo sarà servito su un piatto d'argento. 

Ma solo dopo i titoli di coda.

lunedì 21 luglio 2025

L'uomo che aveva le donne, ma non aveva sé stesso


Quando nella scena iconica de “La meglio gioventù” Matteo Carati si lancia dal balcone, tutti noi abbiamo smesso di respirare per un attimo. Avremmo voluto trattenerlo, essere con lui su quel balcone per dirgli che stava facendo una cazzata, impedirgli quel salto nel nulla eterno, fargli vedere che il mondo era tutto ancora a sua disposizione per riempirlo di senso, soprattutto riempierlo di amore. Che ce n’era tanto, ovunque, di amore. E che solo con l’amore si attraversa il mondo, qualunque sia la sua direzione: amore da dare, amore da ricevere, amore corrisposto. Tutto qui, senza dover disturbare altre categorie ingombranti come il contesto socioeconomico, politico, perché niente ha una potenza comparabile con quella dell’amore. Ed è lì che inizia e finisce ogni senso.

Una balaustra su cui traballa un’altra vita è quella dell’appartamento in cui vive Giacomo Benelli, protagonista del romanzo “L’uomo che aveva le donne”, di Lidio Pellegrini (Tempi Moderni Self P editore), secondo romanzo dopo "L'amore possibile". Non vi diremo della fine, ma all'ultima pagina vi troverete nella stessa situazione, con la tentazione, però – almeno i più cinici – di facilitare il salto nel vuoto e dare una spintarella a Giacomo, giusto quel tocco che basti a farlo volare giù nel vuoto.

Si, perché quella di Giacomo Benelli, come il romanzo spoilera sin dal titolo, è la vita di un uomo che “aveva le donne”. Non “che amava” le donne. No no, qui parliamo proprio del verbo avere, del possesso. O, per dirla con l’ottusità feroce della ragioneria, “l’avere è una delle due parti in cui si divide un conto. Da una parte la colonna dell’avere, nell’altra quella del dare”. Un amore che è avere. Non è amore, insomma.

E questa è la vita di Giacomo Benelli, traslata di un ventennio in avanti rispetto al film, nel contesto totalmente apolitico e privo di riferimenti valoriali rispetto alla gioventù narrata da Marco Tullio Giordana, in una famiglia modenese strutturalmente sfasciata, padre macho e seduttore seriale, ricco e con la rete di relazioni che conta, pronto all’esibizione di potere in ogni situazione, indifferente al destino della propria famiglia tranne che nelle occasioni comandate, in particolare a Natale, quando tutto dev’essere perfetto. Una moglie, Fausta, depressa, annichilita, rallentata dai farmaci, con una devozione malata (e anche disturbante) verso il marito-padrone. Un fratello, Flavio, che da una fragilità estrema riparte mettendo insieme i pezzi della propria vita. E Giacomo, naturalmente. 

Responsabile comunicazione e marketing di un’azienda di ceramica, con uno stipendio da sogno, Giacomo è il  ragioniere dell’amore, o di quel surrogato tossico che è il possesso della donna, in una progressione che lo porta da Miami a Milano, passando per Modena, infilando una sequenza di conquiste femminili che per esito hanno un solo punto di equilibrio: il desiderio che queste, una volta usate, scompaiano dalla sua vita: “A operazioni concluse l’unica cosa che avrebbe desiderato era vederla alzarsi dal suo letto e andarsene”.

Eccola qui la gioventù di questo romanzo. Che proietta all'esterno l'immagine granitica della famiglia unita, vincente, facoltosa, con ogni elemento piazzato al posto giusto nelle gerarchie che contano. Ma anestetizzata nelle sensazioni, senza alcuna immersione oltre il livello della facciata esteriore. Almeno così pare.

Fino a quando entra in scena Veronica, donna indipendente, colta, intelligente, bella e determinata nel lavoro: una combinazione che mette ko Giacomo e tutto il suo vuoto, che rischia improvvisamente di riempirsi di senso. (e che rischio!).

Tutto ruota intorno a Giacomo, capace di gesti romantici come la richiesta di matrimonio a Veronica sotto il voltone del Palazzo del Podestà a Bologna, lì dove le quattro colonne della volta a crociera permettono di bisbigliare da un lato ed essere sentiti perfettamente all’altro capo della volta, ma anche di freddezza con Betsabea, una cameriera di un punto-scommesse, prima sedotta e poi liquidata: “Stronza di una cameriera, che non sei niente. Sai quante ne trova di troiette come te uno come me? Magari la prossima volta la voglio un po’ più figa”. Un limite portato a un livello che, anche per i più cinici, appare addirittura mostruoso nel caso di Veronica, ma ci fermiamo qui perché quelle pagine vanno lette una parola alla volta per capire di persona quale sia l’abisso in cui ci si può calare consapevolmente.

Lidio Pellegrini ci spalanca uno spaccato della disperazione che nasce in un contesto privo di amore, algido e giudicante come quello della famiglia d'origine, da cui è necessario affrancarsi per non morire. Un passaggio che porterà Flavio, il fratello, a scelte radicali, e che trascinerà Giacomo sull’ottovolante dell’anaffettività, con la conquista illusoria di un grande amore e i continui precipizi nelle tante forme di dipendenza che ottundono il dolore: il gioco d’azzardo, l’alcol, la serialità della conquista delle donne e il disprezzo verso di loro anche quando si intravvedono i contorni di quello che sarebbe potuto diventare amore.

Eccoci infine in bilico sulla balaustra dell’appartamento di Giacomo. I suoi occhi sono sulla strada, nella nebbia di Modena, pronto al lancio nel vuoto. 

Risuona la vibrazione di una notifica sul cellulare.

Buona lettura

venerdì 11 luglio 2025

Goffredo Fofi e Campo dei fiori


Quando ho letto della scomparsa di Goffredo Fofi mi è tornato in mente un episodio di almeno vent’anni fa a Capodarco, una delle frazioni – anzi, delle contrade come si dice lì – di Fermo, nelle Marche, in cui mi ero ritrovato in ascensore con lui e Gad Lerner in maniera del tutto casuale.

Il contesto era Redattore sociale, il seminario annuale organizzato a partire dal 1994 dalla Comunità di Capodarco di don Vinicio Albanesi per provare a dare ai giornalisti gli strumenti adatti a raccontare i mondi marginali in maniera più autentica, uscendo da quel gorgo fatto di ignoranza, cliché e pressapochismo che dilagava nelle redazioni ogni volta che c’era da raccontare mondi appena discostati da quella che veniva considerata la “normalità”.

Di strada ce n’era da fare, tutta in salita, partendo da titoli come “Incidente stradale, muoiono un uomo e un marocchino” che uno sbigottito volontario del gruppo Abele di Torino ci aveva mostrato in una delle prime edizioni, sventolando la pagina di un quotidiano locale, a proposito della salita che c’era da fare.

Vabbè, in una di queste edizioni, quando tutto era più patinato rispetto alle primissime edizioni che si svolgevano intorno al tavolo della cucina della comunità, ci si era ritrovati in un centro congressi. Fofi e Gad Lerner erano tra i relatori. A un certo punto ci eravamo avviati tutti, relatori e pubblico, al piano superiore all’ora di pranzo e lì ci eravamo ritrovati per caso nel piccolo ascensore in tre: Fofi, Lerner e io.

Non ricordo per quale assurdo meccanismo io, nello spazio/tempo ristrettissimo di due piani, mi ritrovo a dire ai miei temporanei compagni di ascensore che il piccolo comune di Camposanto, nel modenese, aveva pensato diverse volte di cambiare nome, proponendo un referendum ai cittadini per individuare un nome alternativo tra una rosa di proposte.

Ma tutto si era sempre fermato a livello di chiacchiere da bar e non se ne era mai fatto niente.

Ecco, io mi ricordo che quando avevo pronunciato il nome “Camposanto”, Goffredo Fofi e Gad Lerner avevano ritirato le labbra come a voler risucchiare l’aria, insaccando il collo tra le spalle, accompagnando il tutto con il più universale dei gesti apotropaici maschili.

E solo in quel momento, incredibilmente solo in quel momento, per la prima volta, avevo collegato il nome di quel piccolo Comune del modenese al significato che evidentemente richiamava in chiunque, tranne me. E perché qualcuno riteneva plausibile l’ipotesi di un referendum.

Ah, per la cronaca, tra i nomi proposti per il referendum, quello che a me piaceva di più era: Campo dei fiori.

domenica 28 maggio 2023

La vita nelle "cose da buttare"


Nella foto non si vede, ma proprio lì nel mezzo c'è Riccardo, un ragazzone grande, modi spicci ma rassicuranti, con una barba folta e t-shirt abbondante, che da giorni, più volte al giorno, raduna i gruppi di nuovi volontari che arrivano a Castel Bolognese ad aiutare e spiega loro alcune cose prima dell'inizio del lavoro. Ha modi pratici, indicazioni brevi e molto operative, parole chiare come si conviene nelle situazioni in cui non c'è tempo da perdere e l'organizzazione deve filare senza intoppi. Inizia ringraziando: "Quella che state facendo è una cosa bella, perché aiutare una comunità in difficoltà è un dono che non ha valore". Poi aggiunge parole meno pratiche, ma sono le più importanti, quelle che fanno la differenza, che danno la misura della civiltà di un popolo, della sensibilità di un territorio, della cura nella tragedia: "Quando sarete nelle case, troverete tantissime cose da buttare. Tantissime. Trattatele bene le cose da buttare, perché in quelle cose c'è l'intera esistenza delle persone che le ha perse. Siate attenti e delicati con le cose da buttare, perchè quella è la vita delle persone".

martedì 1 novembre 2022

Avevamo la felicità in quei passi nella neve

Un'incosciente propensione volterriana mi spinge a pensare ogni giorno - non solo a pensarlo, ma ad essere avvolto dalla sensazione ed esserne certo - che sto vivendo la giornata migliore della mia vita. 

Sarà l'eredità di un'infanzia assolutamente perfetta, una sorta di proiezione infinita di quegli anni. Materia per gli psichiatri, o perfetta per il bar, dipende. Ma questo è.

Qualche giorno fa, su Robinson, Gabriele Romagnoli ripercorre, di sponda, la biografia di Philip Roth a firma di Blake Bailey e ne cita un passo che rimanda esattamente a questa sensazione, anche se con un corollario diametralmente opposto: "Non c'era nulla che potesse eguagliare un ritorno a casa da scuola sotto la neve. Era quanto di meglio la vita avesse da offrire. La neve era l'infanzia, protetta, spensierata, amata, ubbidiente". 

Una sensazione che per Roth  - in questo senso è corollario opposto alla mia sensazione quotidiana - è memoria di felicità ormai perduta, lui, successivamente disperso (ma per noi lettori: per fortuna)  nell'ossessione narrativa dell'insussistenza della vita e nella torsione di ogni senso verso l'immersione nella realtà del primato della decadenza e dell'umiliazione dei corpi.
Avevamo la felicità in quei passi nella neve. Dove se n'è andata? 

Analogamente, il miglior Michel Houellebecq, quello cupo e abissale de "Le particelle elementari", da leggere solo ed esclusivamente se si è di ottimo umore, altrimenti la via verso lo Xanax è spianata, scrive:
"I nonni di Marc abitavano in un appartamento molto bello in Boulevard Edgar Quinet. Gli edifici borghesi del centro di Algeri erano costruiti sul modello di quelli hausmaniani di Parigi. Un corridoio lungo venti metri attraversava l’appartamento e sfociava in un salone dal cui balcone si dominava la città bianca. Anni e anni più tardi, ormai quarantenne disincantato e acido, Marc avrebbe ripensato più volte a una particolare immagine: se stesso a quattro anni in sella al triciclo, che sfrecciava nel corridoio pedalando con tutte le forze fino al varco abbacinante del balcone. Molto probabilmente quei momenti furono il suo culmine di felicità terrestre".

L'infanzia felice che può cristallizzarsi in un ricordo immobile, o diventare motore quotidiano di ogni senso futuro.

domenica 27 giugno 2021

Finisco di girare la polenta e arrivo



Lei è Debora. Lui è Michele. 
La prima cosa che mi ha detto Debora è stata: "Ben arrivato! Finisco di girare la polenta e arrivo".
Lui, invece, mi ha subito preso per il culo: "Sei ancora immerso nella nebbia". In effetti avevo gli occhiali appannati - visibilità zero - dopo la breve camminata che dalla Baita del Sole mi aveva portato al Rifugio Duca degli Abruzzi al lago Scaffaiolo. 

Debora e Michele lavorano al rifugio e, la sera in cui sono arrivato, c'erano solo loro due. E io ero l'unico ospite del rifugio, tutta la camerata per me (mai capitato prima in vita mia). 

Insomma, eravamo in 3.

A cena, dopo avermi portato la zuppa di farro con verdure, si sono seduti nel tavolino di fianco al mio. Due ragazzi normali, lui 25, lei poco sopra i 30. I ruoli si sono azzerati subito, non c'erano un cliente e due ragazzi che collaborano alla gestione del rifugio, c'erano tre persone a chiacchierare dopo cena, con il vento che urlava fuori dalle finestre del rifugio.

Debora laureata in Restauro dei materiali archivisti e librari, fotografici e digitali. 

Michele in ingegneria gestionale. 

Debora a un certo punto, quando si era ritrovata nel bel mezzo della riforma universitaria, aveva rischiato di perdere una decina di esami fatti. S'è incazzata molto, ha mollato tutto e tutti ed è andata in Spagna "a cercare un Paese migliore del nostro". Poi però è tornata, ha ripreso i libri in mano e si è laureata.

Michele ha provato a fare un lavoro in ufficio, a Hera, ma la sua anima è quella del viaggiatore. Dopo la laurea, una mattina, ha pensato: parto. Ed è andato un anno in Sudamerica, pagandosi quell'anno con i risparmi dei lavoretti che ha fatto tutte le estati da quando aveva 16 anni. Il gene del viaggio gliel'hanno passato i suoi, globetrotter veri, mica tiktoker. Quando suo padre, negli anni 90, aveva detto a sua madre: andiamo al campo base dell'Everest, poi giriamo tra Nepal e Tibet, lei gli aveva riposto: si, ma quando torniamo voglio un figlio. Ed ecco Michele. Ed ecco anche la sorella di Michele.

Debora invece mi racconta che si possono salvare i libri dalle alluvioni, lei ci ha fatto la tesi, concentrandosi sull'alluvione modenese della zona di Bomporto. Bisogna congelarli, i libri, con una tecnica particolare, in modo che i cristalli di ghiaccio siano di una certa grandezza. Poi, quando sarà il momento, si scongelano e si salvano. E nel frattempo mi parla di sua mamma, che - quinta, dopo 4 fratelli maschi - le ha insegnato l'arte di tirarsi su le maniche per pensare ai maschi, che da soli non ce la possono proprio fare.

Michele ha trovato l'amore nell'emisfero sud, ma ora con la sua ex spagnola, conosciuta in Sudamerica - in Argentina, se non ricordo male - è finita. In Sudamerica nessun programma: alzarsi e pensare lì per lì come passare la giornata. Surfare nei due oceani, viaggiare tutti i giorni: "Quando viaggi capisci che abbiamo veramente culo a vivere in Italia, perché il mondo è bello da vedere, ma quel che abbiamo noi non ce l'ha nessuno. Prova ad aver bisogno di un medico in Perù, poi mi dici".

Debora fa yoga, ma lo dice quasi ridendo: "e chi ce l'ha un'ora al giorno con i ritmi qui al rifugio??. Al mattino mi metto qui fuori, all'alba, dieci minuti, ma solo per sciogliere le tensioni cervicali, un po' quelle lombari. Però si sta bene. Anche di testa".

Se devono trovare un momento identitario per le loro generazioni slittano dritti alle Twin Towers, perché del resto c'è poco che ti si attacchi davvero addosso. Però la nonna di Michele era una staffetta partigiana, quindi la sua testa è ben piantata anche nel Novecento, con l'orientamento corretto.

Debora teme l'americanizzazione della sanità, Michele la rassicura. Michele dice che un tizio conosciuto in Brasile gli ha regalato la tavola da surf, e pochi mesi più tardi si sono rivisti in tutt'altra parte del mondo, quindi lui si è sfilato la tavola da sotto il braccio e gliel'ha restituita, le onde che aveva cavalcato lo avevano riempito di energia.

Michele, che non ha mai difficoltà nel trovare un nuovo lavoro quando serve, dice che viaggiare vuol dire non programmare: "Mi alzo al mattino e decido". Debora è un po' intimorita dall'ignoto, ha bisogno di programmare, e questo per ora la frena dall'idea di viaggiare come Michele. 

Debora ha risposto all'annuncio per lavorare al rifugio, ma nel frattempo ha ricevuto una proposta per lavorare nel suo campo. E' terrorizzata dall'idea di andare in un posto in cui la sua creatività di restauratrice venga asfissiata dalle menate della burocrazia e delle gerarchie. Guarda fuori dalla finestra, è buio, ma nel rifugio si sta bene.

Michele le chiede se può finire anche la sua parte di stufato e polenta, Debora glielo passa.

Michele è ripartito per la Spagna. Ma tornerà al Rifugio Duca degli Abruzzi in luglio molto probabilmente. Debora aspetta di fare il colloquio per quel posto.

I giovani non hanno passioni, non hanno vite intense. Dicono. Ma ti imbatti in questi due, identici a tanti loro coetanei, laureati, padroni delle loro vite in ogni scelta professionale e personale, che ti accolgono mentre fuori si alza la nebbia. 

Tornare al rifugio, e non trovarli, non sarà la stessa cosa di quella sera, in cui lei ha finito di mescolare la polenta e lui mi ha preso per il culo per gli occhiali appannati.

domenica 25 aprile 2021

Sicuramente non nelle migliori famiglie

 

Invoco il primo dei dieci diritti del lettore: il diritto di non leggere.
Di non leggere, anche se l'ho già fatto, "Nelle migliori famiglie", il nuovo romanzo di Angelo Mellone, di cui avevo letto una recensione - un peana, per meglio dire - di Aldo Cazzullo.

Sobriamente, Cazzullo così introduceva il tema in una mezza paginata sul Corriere della Sera una ventina di giorni fa: "Nel tempo in cui ci si sposa sempre di meno e ci si separa sempre di più, viene quasi scontato chiedersi se la crisi del matrimonio — la forma istituzionale del giuramento di amore eterno — sia davvero irreversibile. È una questione di egoismo sociale, di debolezza dei legami, di narcisismo diffuso? Ci pensa ogni tanto qualche saggio scientifico e ogni tanto ci pensa la letteratura"

Ci pensa la letteratura. Ci pensa il romanzo di Mellone, a cui Zincone affida il ruolo di stella polare per illuminare (l'Occidente in particolare) la roadmap su cui il matrimonio sta navigando solo apparentemente a vista.

Probabilmente sbilanciato da aspettative siderali, attendo che il romanzo decolli, perché nelle prime 50 pagine ha la consistenza della carta velina. Scrittura fluida, solidità latitante. Aspetto che l'intreccio tra le biografie dei personaggi e la trama mi permetta di pensare tra me e me ogni tanto almeno un "ah cazzo, però", ma niente. E nessuna notizia sul destino dell'istituzione-matrimonio.

E qui mi tocca a dare ragione - ahimè - a Davide Baruffi, che per indicare la fragilità dei romanzi, intesi proprio come forma di narrazione, un giorno mi ha ricordato una frase folgorante di Leo Longanesi: 

"Flaiano è come me. Né io né lui ci rassegneremo mai a scrivere una frase come: "Ella staccò la fronte dal vetro della finestra e venne verso il centro della stanza". Purtroppo un romanzo esige anche passaggi banali: nemmeno Tolstoj può esimersene. Flaiano, come me, preferisce rinunziare al romanzo". 

Il punto è che di passaggi banali è pieno il libro, ma soprattutto a un certo punto si staglia in tutta evidenza un'altra verità scolpita nella pietra, sempre da Flaiano, e cioè che "Un buon scrittore non precisa mai". E invece va esattamente così. Va che dai personaggi non arriva niente, dalla trama manco a parlarne, immersa com'è - paradossalmente nel tentativo di uscirne - di confermare una serie infinita di cliché sulla famiglia contemporanea.  L'escamotage narrativo, alla fine, è una voce narrante fuori campo che di tanto in tanto raccorda gli eventi, spiegando - appunto - quale sia il senso di quel che si è appena letto o che si sta per leggere. Che è più o meno come quell'attimo glaciale in cui si sente la necessità di dover spiegare una barzelletta appena raccontata.

E tutto avviene nelle ultimissime pagine, che a voler pensare male sembra di sentire l'editore che dice all'autore di darsi una mossa a finire il romanzo, che qui bisogna pubblicare al più presto dai dai dai. E così, una vicenda che avrebbe meritato almeno altre 200 pagine di ossigeno per dispiegarsi in tutta la sua potenza (e soprattutto lasciare che siano i personaggi a parlare), si infila in un imbuto di 3 pagine in cui tutto viene a capo. Con l'aggiunta di una paginetta finale con un elemento oggettivamente catastrofico per la trama, ma che buttato lì sembra quasi un'appendice dimenticata negli appunti e recuperata al volo per non lasciarla nel cassetto.